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Ubi, no anche dal Patto dei Mille: «All’offerta mancano 1,5-2 miliardi»

Un’offerta che sarebbe di «1,5-2 miliardi» inferiore a quella teoricamente corretta. Dopo il “no” del Comitato azionisti di riferimento di Ubi Banca all’offerta di Intesa Sanpaolo, arriva anche il “no” del Patto dei Mille, ovvero il patto che coagula il fronte bergamasco, che restituisce al mittente una proposta da 4,9 miliardi. Il tutto mentre l’altro versante dell’azionariato di Ubi, quello bresciano, rinvia la decisione.

Il comitato direttivo del patto bergamasco, in attesa di convocare l’assemblea, ieri si è riunito come da programmi. E a valle dell’incontro «ha valutato negativamente l’Offerta pubblica di scambio lanciata da Intesa Sanpaolo, ritenendo che l’ipotesi di concambio – 17 azioni Intesa Sanpaolo contro 10 Ubi – sottovaluti significativamente il valore intrinseco del titolo Ubi e non consideri adeguatamente le sue prospettive reddituali», come spiega una nota.

Il comitato direttivo ritiene che l’operazione di fusione proposta da Intesa, che con lo scambio carta contro carta valorizza le azioni Ubi con un premio del 28% sul prezzo al 14 febbraio, «non tuteli adeguatamente gli interessi dei soci di Ubi». Il patto bergamasco mette in evidenza in particolare i rischi di un progetto che «avrebbe conseguenze negative sul capitale umano», nonché sul ruolo centrale di Ubi «quale storica banca del territorio, anche alla luce dell’ipotizzata cessione di sportelli bancari a un altro istituto».

Secondo le stime raccolte ieri dall’Ansa tra i soci del patto bergamasco, la valutazione implicita di Ubi nell’offerta di Intesa sarebbe inferiore di 1,5-2 miliardi di euro rispetto al valore presunto che dovrebbe essere attribuito alla banca. L’offerta, stando alle stime degli orobici, non riconoscerebbe ai soci di Ubi una parte delle sinergie di integrazione, al netto dei costi della stessa, né tanto meno un premio di maggioranza.

La decisione del patto che riunisce una moltitudine di soci bergamaschi, che nel complesso rappresentano circa l’1,6% del capitale della banca, tra cui spicca l’ex presidente del consiglio di gestione di Ubi Emilio Zanetti, era di fatto messa in conto dagli osservatori. E arriva in scia a quella annunciata la scorsa settimana dal Patto Car – in cui sono presenti cinque importanti famiglie imprenditoriali bergamasche uscite lo scorso anno dal Patto dei Mille -, che ha definito «inaccettabile» l’offerta avanzata da Intesa. Proprio ieri è emerso come lo stesso Car abbia limato dal 17,796% al 17,704% la quota complessiva detenuta, dopo la cessione sul mercato da parte della famiglia Bosatelli di circa 1,1 milioni di azioni possedute direttamente (mentre la finanziaria dell’imprenditore della Gewiss continua a denere il 2,85%).

Più incertezza grava invece sulle possibili decisioni dell’altro patto “pesante” di Ubi, quello bresciano. Il patto di Sindacato degli azionisti si sarebbe dovuto incontrare ieri pomeriggio nella città della Leonessa per esaminare l’Ops lanciata da Intesa Sanpaolo ma l’appuntamento è stato annullato e rinviato, complice l’emergenza Coronavirus. Si vedrà. Di certo il gruppo bresciano, tra cui spicca la famiglia del presidente emerito di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, rischia di rivelarsi l’ago della bilancia nella partita vista la quota dell’8,4% posseduta. Un “no” a Ca’ de Sass consoliderebbe al 25-30% il fronte degli oppositori: uno scenario di fronte al quale Intesa dovrebbe raccogliere almeno il 50-60% circa del capitale in Ops da poter far valere all’assemblea straordinaria di fusione. Se invece il patto bresciano dicesse “sì” all’Ops, la strada per Intesa sarebbe in discesa perchè sarebbe più agevole ottenere i due terzi dei voti in assemblea, voti che renderebbero quindi automatica la fusione. Il 7 marzo, con il deposito del prospetto informativo in Consob, si avranno dettagli più precisi sull’offerta che in queste ore è esaminata nel dettaglio sotto tutti i profili legali dai pattisti.

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