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Ubi, la cedola può salire

Il nuovo piano industriale di Ubi banca, costruito senza ipotizzare le nozze con altri istituti, punta a un utile netto di 665 milioni di euro entro il 2022, più che raddoppiato rispetto ai 251 mln dell’anno scorso. A livello patrimoniale il Cet1 è stimato al 12,5% e le rettifiche su crediti dovrebbero più che dimezzare a 387 mln di euro. Per quanto riguarda i ricavi, se il margine d’interesse avrà un andamento negativo (-0,9% all’anno composto), le commissioni nette saliranno dell’1,7% annuo. Il cost-income scenderà dal 61,1 al 58,1%. È in programma il taglio di 2.030 addetti, mentre per altri 2.360 è previsto un programma di formazione per il loro spostamento ad altre attività come la consulenza remota e i servizi digitali.

Un tema caldo è quello del dividendo. Nei giorni scorsi Giandomenico Genta, presidente della Fondazione Cassa di risparmio di Cuneo, primo azionista singolo di Ubi con il 5,9% del capitale, aveva auspicato una remunerazione più vicina a 20 centesimi per azione rispetto ai 13 distribuiti nel 2019. Il nuovo piano prevede un ulteriore incremento nel caso in cui il Cet1 superi il 12,5%. L’a.d. Victor Massiah ha però messo precisi paletti: «Mi piacerebbe dire «sky is the limit» (il cielo è il limite, ndr), io stesso ho un milione di azioni, figuriamoci. Ma c’è un limite, ossia preservare i coefficienti patrimoniali che abbiamo fissato al 12,5%». A questo proposito, interpellato sui fondi di investimento, che rappresentano complessivamente oltre metà del capitale azionario, l’a.d. di Ubi ha parlato di buoni rapporti e di reciproca soddisfazione.

Il piano industriale non si fonda sulla crescita dei ricavi, «che in un contesto macroeconomico di tassi negativi è oggettivamente difficile». Il business retail, che è quello meno profittevole, sarà rivisto, con l’obiettivo di dar vita a «un’attività omnicanale, migliorando il livello di servizio e aumentando gli investimenti nella digitalizzazione». Nessuna novità su eventuali aggregazioni, compresa quella con il Montepaschi: si faranno se creeranno valore e avranno una governance chiara.

Poi c’è il capitolo Cina, dove Ubi detiene il 25% della società di gestione Zhong Ou che ha in pancia 40 miliardi di euro: la quota, iscritta a bilancio per 40,5 milioni, può valere fino a 250 milioni «Ogni tanto ci arriva qualche offerta, ma in questo momento non abbiamo particolare volontà di vendere».

Intanto, nel bilancio 2019, l’istituto ha accantonato 120 milioni destinati al fondo di salvataggio per banche in crisi. Massiah ha osservato che questo sistema non è ottimale e che «oggi esistono regole del gioco che portano ad agire in questo modo perché è il minore dei mali». Una soluzione è quella di considerare le modalità di salvataggio attive negli Stati Uniti, che sono «più efficienti e meno costose».

Intanto il patto di sindacato Azionisti Ubi, che rappresenta circa l’8% del capitale, ha parlato di «un documento di alto valore strategico e operativo». Sul fronte sindacale il delegato di Unisin-Confsal, Valerio Fabi, pur riconoscendo gli aspetti positivi, ha affermato «le scelte di tagliare il numero degli addetti e di abbandonare fisicamente le piazze, chiudendo ben altre 175 filiali, non appaiono lungimiranti». Piazza Affari ha premiato il nuovo piano di Ubi: il titolo ha guadagnato il 5,50% a 3,49 euro. Gli analisti hanno parlato di numeri sopra le attese.

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