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Ubi in rosso ma alza il dividendo

Le rettifiche di valore su avviamenti e attivi intangibili portano in rosso i conti 2014 di Ubi: il bilancio, approvato mercoledì e diffuso ieri, vede la maxi popolare chiudere l’anno appena concluso con una perdita netta di 725,8 milioni, rispetto all’utile di 250,8 milioni contabilizzato nel 2013. Tuttavia, la banca sottolinea che al netto degli 883 milioni di svalutazioni, considerate una posta non ricorrente, l’utile consolidato del gruppo ammonta a 146,5 milioni, il 46,2% in più dello scorso anno.
«Banca Carime e un paio di altre nostre società controllate, su cifre inferiori, non hanno superato gli impairment test», ha spiegato il consigliere delegato Victor Massiah, imputando l’esito a «tassi di interesse che penalizzano in maniera pesante la raccolta e non sono previsti in aumento dal mercato. Questo abbatte il valore contabile delle nostre partecipazioni, ma non ha nessun impatto sulla redditività della banca nè i coefficienti patrimoniali, dove gli avviamenti non contano». Pertanto, la banca – con un Common equity tier 1 fully loaded pari all’11,5% – ha deciso di staccare una cedola pari a 8 centesimi per azione, in crescita rispetto ai 6 cent del 2013.
In via di sostanziale stabilizzazione i crediti deteriorati lordi (400 milioni in più nel 2014, contro i 4,1 miliardi complessivi registrati del 2012 e 2013), il passaggio da crediti in bonis a deteriorati si è ridotto del 36,2% rispetto al 2013 e le rettifiche sono calate da 943 a 929 milioni; dopo aver ceduto nell’anno 300 milioni di crediti coperti all’80%, il livello delle coperture sulle sofferenze si porta al 38,6%. Salgono nell’anno dello 0,8% gli impieghi a quota 85,6 miliardi, tuttavia nelle ultime settimane si è registrato un cambio di marcia: «Abbiamo visto un gennaio migliore del previsto e forse ci sono dei motivi fondamentali che lo sia e non sia solo un fatto occasionale», ha precisato Massiah. Restando ai conti 2014, in crescita il margine d’interesse (+3,9% a 1,81 miliardi) e le commissioni (+3,3% a 1,22 miliardi), in calo il contributo del trading a 199,7 milioni dai 324,6 dello scorso anno; scendono, per il sesto esercizio consecutivo, i costi: -1,6% a 2,1 miliardi. Positivo il giudizio della Borsa in una giornata comunque favorevole per tutti i bancari, con il titolo che ha guadagnato il 3,57%.
Ubi, tornata nel mirino della procura bergamasca con le perquisizioni compiute l’altroieri, come le altre popolari continua a guardare con attenzione alla riforma del settore decisa dal governo. Sospeso ogni giudizio finché la riforma non vedrà la luce nei dettagli, Massiah ha comunque confermato l’ambizione di svolgere il ruolo di polo aggregante; vista la fluidità del contesto, resta per ora rinviato l’appuntamento con il piano industriale: «Essere una spa o una popolare fa la differenza, così come eventuali progetti di m&a – ha detto ieri Massiah parlando con i giornalisti -, per questo non ha senso al momento definire un piano industriale che il mercato neanche ci chiede». Stesso discorso per l’eventuale accorpamento delle banche rete: se ne parlerà, ha detto il manager, quando la situazione sarà più chiara.

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