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Ubi, i fondi verso il sì a Intesa Ruolo chiave ai piccoli azionisti

Ops Ubi al rush finale. Ora tutte le carte sono sul tavolo per l’offerta lanciata da Intesa che si concluderà martedì 28 alle 17,30. Al concambio proposto di 1,7 azioni di Intesa per ciascuna azione Ubi, si è aggiunto nel week end un rilancio cash di 0,57 euro per azione, che va oltre le aspettative del mercato implicite nei prezzi di Borsa della vigilia. Tant’è che il titolo Ubi ha preso il volo con un rialzo finale del 14% a 3,726 euro e tuttavia per la prima volta ha trascorso quasi tutta la seduta a sconto rispetto al valore di concambio. In chiusura, tenuto conto dei 57 centesimi cash, i due titoli si sono riallineati al concambio. Segno che la Borsa non fiuta controfferte in arrivo (non avrebbe senso, visto che, nel caso, ci sono altri titoli bancari più a buon mercato), nè considera che Intesa possa mettere mano ancora al portafoglio. I circa 650 milioni messi sul piatto dalla banca guidata da Carlo Messina sono meno del miliardo e rotti in più che Ubi, coi suoi advisor, aveva in mente, ma un multiplo rispetto ai 150 milioni di dividendo che l’istituto guidato da Victor Massiah avrebbe pagato quest’anno e qualcosa in più rispetto ai dividendi cumulati delle due banche che, causa Covid, sono rimasti nei rispettivi forzieri. Per Intesa il gioco vale comunque la candela, visto che anche il titolo della banca milanese ha concluso la seduta in rialzo (+1,23% a 1,8544 euro). Il rilancio è comunque servito a spaccare il fronte del no, dato che tra i soci stabili su posizioni contrarie per ora è rimasto solo l’8% del Car, il patto che riunisce i grandi imprenditori bergamaschi e alcuni bresciani.

Oggi Ubi riunirà il cda per valutare l’offerta ma intanto la parola è passata al mercato dove, tra istituzionali e retail, c’è la maggioranza del capitale di Ubi. Se, largo circa, ai soci stabili è attribuita complessivamente una quota vicina al 30%, allocata tra i fondi c’è una fetta del capitale che, secondo le stime, è compresa tra il 38% e il 45%, mentre la parte rimanente – tra il 25% e il 32% – è frazionata tra piccoli risparmiatori.

Nel mare magnum istituzionale, in realtà, ci sono due investitori più uguali degli altri, e cioè il fondo londinese Parvus, che fa capo al finanziere Edoardo Mercadante, e Silchester, fondo value Uk che ha investito da parecchio tempo in Ubi: complessivamente i due azionisti – che hanno buoni rapporti con Massiah – hanno in mano il 16-17% del capitale. Una quota tra l’8% e il 12% è attribuita alla categoria dei fondi indice. «Negli ultimi tempi la componente istituzionale nel capitale di Ubi è aumentata – riferisce Dario Trevisan, l’avvocato che tradizionalmente rappresenta i fondi in assemblea – Si tratta di investitori che si muovono in una logica di mercato». Nel 2019, quando fu rinnovato il consiglio Ubi, Assogestioni non presentò nemmeno una lista. In assemblea si presentò il 16,24% in mano ai fondi incluso Silchester col 7,61%. All’ultima adunanza di aprile il capitale istituzionale era salito al 29,14%, con Silchester al 7,74% e Parvus al 5,76%. Ora – a prescindere da Parvus – una parte dei fondi indice potrebbe seguire automatismi per il fatto che il titolo Ubi nell’immediato resterà quotato, ma gli altri – in assenza di controfferte – non avrebbero interesse a mantenere i titoli in portafoglio, destinati a calare se Intesa conquisterà la maggioranza e verrà meno l’appeal speculativo. L’alternativa all’Ops – che consentirebbe di restare investiti cambiando cavallo – è la vendita delle azioni per liquidare l’investimento in contanti. Nelle ultime settimane sarebbero entrati in campo hedge arbitraggisti che potrebbero contribuire ad assorbire le correnti di realizzo.

C’è poi il retail. Anche qui, ce n’è una parte più uguale delle altre, che è quel 17,5% del capitale attribuito a clienti delle filiali Ubi. Tradizionalmente, in presenza di Opa, il retail è la componente meno reattiva, ma – a stare ai precedenti – almeno la metà di quel 25/32% di capitale diffuso dovrebbe aderire all’offerta.

L’Ops si pone come obiettivo minimo di superare il 50% e come ottimale di oltrepassare il 66,7%. Se anche si fermasse a metà strada, quel che conta per condurre in porto operazioni come la fusione è disporre della maggioranza dei due terzi in assemblea. Se, per esempio, Intesa arrivasse al 58% avrebbe la maggioranza straordinaria fino a un affollamento pari all’87% del capitale. Ma già col 50% di adesioni, Intesa avrebbe comunque la maggioranza nelle adunanze straordinarie fino a un’affluenza pari al 75% del capitale.

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