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Ubi, dopo la Spa si guarda alla fusione

Ubi piace al mercato in versione Spa. Com’era facilmente prevedibile, Piazza affari ha accolto favorevolmente l’esito dell’assemblea di sabato scorso, e ieri il titolo dell’ex popolare ha chiuso in rialzo dell’1,49%, performance che vale la maglia rosa sul paniere principale (ieri il Ftse Mib ha lasciato sul terreno lo 0,75%): il valore delle azioni si attesta così a 6,8 euro, riavvicinandosi ai 7,28 euro che saranno pagati ai soci che eserciteranno il recesso.
A 48 ore dalla decisione dei soci, la Spa è stata messa in cassaforte: già ieri, infatti, la delibera di trasformazione dell’istituto in società per azioni è stata iscritta nel Registro delle imprese di Bergamo. Passaggio formale che però potrebbe avere ricadute sostanziali visti i ricorsi pendenti sulla riforma delle popolari: codice civile alla mano, infatti, «l’invalidità dell’atto di trasformazione non può essere pronunciata», pur «restando salvo il diritto al risarcimento del danno eventualmente spettante ai partecipanti all’ente trasformato», secondo quanto recita l’articolo 2500 bis.
È vero che fino a fine marzo 2017 si applicherà un tetto del 5% al diritto di voto, tuttavia «la trasformazione in Spa dovrebbe portare un maggior numero di investitori istituzionali a entrare nel capitale della banca», riportava un report Intermonte. «Ubi è il primo esempio di una nuova specie», ha invece sentenziato un altro report targato Mediobanca securities, che ha calcolato anche le conseguenze del recesso sui ratio patrimoniali. Anche nel caso in cui dovesse essere esercitato nell’ammontare massimo – attualmente pari a circa 350 milioni – il Cet1 si manterrebbe intorno al 12%, un livello che gli analisti di Mediobanca considerano «confortevole»; anche perché potrebbe essere facilmente riportato al 12,5% adottando alcune misure di razionalizzazione del gruppo.
Archiviata l’assemblea, ora l’attenzione si sposta inevitabilmente sull’M&A. «Non è un segreto che stiamo parlando con diverse banche e tra queste c’è anche il Banco, che a sua volta sta parlando con altri», ha affermato il ceo Victor Massiah dopo l’assemblea, aggiungendo che «se Mps bussa alla porta non ho motivo di non rispondere». Al mercato, ovviamente, la prima ipotesi interessa più della seconda: gli analisti di Equita, per esempio, hanno calcolato che da un asse Bergamo-Brescia-Verona deriverebbero sinergie pari al 13% della base costi, con un aumento del Rote di almeno due punti percentuali; numeri,questi, che fanno del Banco popolare «il candidato ideale per una business combination». Discorso diverso per Siena: la strada per Mps potrebbe «non essere accolta positivamente dal mercato in quanto tale fusione cambierebbe il profilo di rischio della banca e porterebbe con sé un elevato execution risk», secondo quanto riportato da Intermonte.
Tornando invece al recesso, tutti gli azionisti che non hanno concorso all’approvazione della trasformazione in Spa potranno esercitare il diritto di recesso entro il 27 ottobre. Visti i diversi passaggi – raccolta delle intenzioni di recesso, concessione delle azioni oggetto di recesso in opzione ai soci, vendita sul mercato delle azioni non opzionate – l’operazione potrà richiedere alcuni mesi: nel caso, in cui, al termine, le richieste superino la disponibilità si procederà al riparto.
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