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Ubi, dietro la vittoria di Intesa anche il tentato blitz di Unicredit

Per capire come si muoverà il settore bancario italiano dopo che Intesa Sanpaolo si è comprata Ubi bisogna riavvolgere il filo, rosso come le sue cravatte, che collega Jean Pierre Mustier, amministratore delegato che da un anno ripete «no a fusioni per Unicredit», e Victor Massiah, che ha quel ruolo in Ubi da 12 anni e potrebbe lasciarlo lunedì, data dal cda sui conti.
Secondo due fonti finanziarie attendibili i due banchieri si sarebbero confrontati fino ai dettagli, nella tarda primavera, per mettere a punto un piano alternativo alla scalata lanciata il 17 febbraio da Intesa Sanpaolo (più che rivale di Unicredit). Il piano puntava ad aggregare le attività italiane di Unicredit con quelle di Ubi, così da cogliere due obiettivi, cari a ciascuno dei due. Per Massiah, sarebbe stato il possibile “cavaliere bianco” con cui resistere all’attacco di Intesa. Per Mustier sarebbe stato un altro passo per alleggerire i “rischi italiani”, che teme e ha iniziato a disinnescare con il piano Team 23 presentato a fine 2019).
Il progetto alternativo, a quanto si apprende, era incentrato sulle 1.600 agenzie di Ubi, con presidi forti in Lombardia e Piemonte, e una buona parte delle 4.000 filiali italiane di Unicredit, magari prima separate dalla “subholding” per le attività estere che la banca ha in cantiere: una controllata, come detto a dicembre, con sede in Italia e volta a migliorare i costi di raccolta di gruppo. Il progetto subholding sarebbe, peraltro, vicino al via. Le nozze italiane tra Ubi e Unicredit si sono però scontrate con le autorità. Il Tesoro, dove l’idea era stata fatta circolare ma che subito ha preferito l’Ops di Intesa Sanpaolo. E anche la vigilanza di Francoforte, informalmente consultata. Si sa che da un anno e mezzo la Bce è ben favorevole alla ripresa delle fusioni tra banche: ma sembra preferire quelle originate dagli istituti maggiori con obiettivo i meno grandi. Difatti la Bce aveva autorizzato di slancio, l’8 giugno, l’Opas di Intesa su Ubi. E per simili ragioni sarà, nel futuro, di supporto al gruppo guidato da Carlo Messina se intentasse la strada di nuove fusioni in Europa.
Proprio a giugno, tra l’altro, la banca di Mustier si era invece presentata come parte in causa nel procedimento Antitrust sull’Opas della rivale, sostenendo che la fusione annunciata era «suscettibile di impattare negativamente sulla concorrenza sotto diversi aspetti», danneggiando in particolare la clientela al minuto e le Pmi».
Tra i dubbi delle autorità e il rilancio in contanti deciso il 17 luglio, il destino di Ubi si è comunque segnato. Il traguardo del 66,67% di adesioni all’Opas, che consentirà di integrare la banca con sede a Bergamo entro l’anno, è stato superato martedì, mentre ieri, a un giorno dal termine dell’offerta che il 5 agosto sarà regolata con azioni e contanti, aveva aderito il 75,68% degli azionisti Ubi. «Un’operazione coraggiosa condotta in un periodo particolarmente difficile per l’Italia – ha detto Giovanni Fosti, presidente di Fondazione Cariplo – . E’ una razionalizzazione che consolida il sistema, raffor za Intesa e valorizza il potenziale di Ubi».
Per tornare a Unicredit, ieri si è allineata ancora con zelo al diktat della Bce, che alla vigilia aveva chiesto alle banche vigilate di estendere da ottobre a fine 2020 lo stop a dividendi e riacquisti di azioni. Nel farlo, Unicredit ha detto che, se il veto fosse tolto dal 2021, «ripristinerà la politica di distribuzione del capitale prevista da piano Team 23 nel 2021 per l’esercizio 2020 e negli anni successivi ». Ciò equivale a un aumento del monte utili distribuiti al 50% del totale: «Il 30% dell’utile netto come dividendo in contanti, il 20% come riacquisto di azioni proprie». Un ennesimo segnale, tecnico, che Mustier preferisce investire sulla sua banca – così depressa in Borsa che quota a un terzo del patrimonio netto – che non su quelle dei rivali. E un concetto che il banchiere ripete da un anno, e il 22 luglio ha ribadito alla rivista Euromoney . Tuttavia, la situazione nell’agone bancario italiano si va facendo sempre meno lineare. Risulta infatti che il Tesoro, che è impegnato con la Commissione europea a riprivatizzare Mps entro il 2021, abbia di recente chiesto a Unicredit se volesse comprarsela: trovando la reazione fredda di Mustier. Nel giro di quadriglia ripartito potrebbe rientrare anche Banco Bpm, i cui vertici hanno incontrato quelli di Unicredit un mese fa, per aggiornarsi dopo le ferie. Ma resta da verificare che il capo di Unicredit abbia voglia di farsi coinvolgere in una partita molto complessa e molto italiana; e chi lo conosce racconta come, in privato, tratteggi un autunno a tinte fosche per le piazze del Paese e per il debito del Tesoro. A meno che, come avrebbe potuto essere con Ubi, anche quella con Banco Bpm per Unicredi si riveli, più che «un’acquisizione », un’altra vendita.
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