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Ubi chiude la porta a Mps «Ad oggi nessuna fusione»

«In questo momento un’aggregazione con Mps è esclusa, non ci sono le condizioni». Presentando i conti 2015, ieri ilceo di Ubi Victor Massiah ha chiuso la porta che si affacciava su Siena. «Nella vita non sono abituato a escludere niente», ha puntualizzato il manager, ma «in questo momento siamo concentrati su noi stessi».
Colpa di una volatilità senza precedenti, ma anche della Popolare di Milano, che nonostante il prolungato «corteggiamento»?di Ubi si è tirata indietro da un progetto a tre, puntando su un matrimonio con il Banco Popolare sul quale Massiah ha preferito non commentare. Sta di fatto che la prima popolare a trasformarsi in Spa per il momento si terrà occupata con le partite interne che di qui ai prossimi mesi dovranno essere definite: il rinnovo degli organi a inizio aprile, l’integrazione delle banche controllate con relativo rafforzamento nell’azionariato – non appena i mercati si saranno quietati – dei soci di minoranza, e prima ancora la chiusura del processo di gestione del recesso dopo l’addio alla forma cooperativa. Tema deflagrato ieri, quando Ubi ha comunicato che, alla luce di un Common equity tier 1 sceso dal 12,6 all’11,6% a fine 2015 si è asciugato a soli 2 punti base il buffer di capitale disponibile per il riacquisto delle azioni dei soci recedenti:?in pratica, dei 250 milioni di controvalore richiesti in autunno, solo 13 milioni potranno essere versati ai soci in uscita. All’89,9% si trattava di fondi arbitraggisti, che avevano acquistato scommettendo su un titolo che oggi vale 2,9 euro e che – in teoria – sarebbe stato riacquistao a 7,29 euro:?ieri hanno inondato la banca di mail e telefonate di protesta, ma «sono fondi specialistici ed, evidentemente, questa volta hanno avuto un po’ di sfortuna. Le regole sono chiare e non vedo perché dovrei dispiacermi», ha detto Massiah. Che invece si è dichiarato «dispiaciuto» per gli azionisti che avevano chiesto il recesso «perché filosoficamente legati alla banca popolare e contrari alla spa».
Al di là del recesso, il mercato è rimasto piuttosto spiazzato dalla riduzione del Common equity tier 1 (comunque decisamente superiore al requisito minimo stabilito dalla Bce, pari al 9,25%) e il titolo ieri ha vestito la maglia nera di Piazza affari con un calo del 12,11%. Nel dettaglio, 55 dei 94 punti base persi per strada nell’ultimo trimestre 2015 sono da imputare all’aggiornamento al 2014 dei parametri di rischio creditizio dei modelli interni, e altri 17 sono legati ai contributi straordinari al fondo di risoluzione per il piano salvabanche.
Tuttavia, il bilancio approvato mercoledì sera dal consiglio di gestione della banca e comunicato ieri prevede una cedola in crescita del 37,5%?a 11 centesimi (erano 8 l’anno scorso) a fronte di un utile contabile pari a 116,8 milioni, dopo i 725 milioni di rosso del 2014 a valle di 883 miloni di impairment:?in quel caso, il 13 febbraio di un anno fa, la Borsa aveva reagito con un balzo del 3,57%, ma erano chiaramente altri tempi. «O?ci sta sfuggendo qualcosa, o il mercato ha bisogno di un’alta volatilità per guadagnare molto, oppure qui contano solo le macchine e non i fondamentali», ha commentato ieri Massiah:?«Se potessi, io comprerei».
Tornando ai conti, i proventi operativi scendono dell’1,1% a 3,37 miliardi del pesante calo del margine di interesse (-10,3%)?solo in parte compensato dalla crescita del 6% delle commissioni nette;?stabile intorno a quota 200 milioni il risultato della finanza, cui però quest’anno si è aggiunto l’effetto positivo pari a 82,2 milioni della vendita parziale della quota in Icbpi. Il costo del credito scende da 108 a 95 punti base (802,6 milioni di rettifiche nel 2015), e proprio in tema di crediti deteriorati si segnala la cessione di un portafoglio di 290 milioni di npl composto da mutui e crediti non collateralizzati:?nel primo caso, ha sottolineato Massiah, la vendita è avvenuta al 39% del valore nominale con una minusvalenza del 9%, nel secondo al 4% con una plusvalenza. Morale:?il mercato può offrire prezzi più alti del fatidico 13% a cui sono stati ceduti nell’ambito del piano salvabanche.

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