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Ubi, Banco e Pop Milano Chi muove per primo vince tutto

La presentazione dei risultati di bilancio del primo semestre dell’anno ha contribuito a comporre la mappa delle banche italiane in vista di un processo di aggregazione sistemica che potrebbe avere inizio nelle prossime settimane. Banco Popolare (293 milioni di utile netto nel semestre), Popolare di Milano (154) e Ubi (124) sono le tre che stanno meglio, anche considerandole su un piano di struttura patrimoniale e di governance . Banca Popolare di Vicenza — oltre un miliardo di perdite — e Veneto Banca — in rosso per oltre 210 milioni — le due che, con la commissariata Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, stanno peggio. Nel mezzo le altre. E questo solo per fermarsi agli istituti di maggiore dimensione, quelli interessati alla trasformazione sociale imposta per legge dal governo e non scendere tra la disastrata Banca delle Marche, la zoppicante Carife, le piccole popolari o diverse Bcc di tutte le latitudini, ma con il Veneto in testa. 
Direzioni
Le direttrici su cui si stanno muovendo i top manager delle banche interessate appaiono chiare. Saranno le grandi a fare la prima mossa, cercando per quanto possibile un accordo tra di loro. Si andrà così a costituire una «superpopolare» di cui aveva iniziato a parlare Roberto Mazzotta oltre dieci anni fa in Bpm e che nel frattempo avrà però perso alcune caratteristiche, su tutte il voto capitario, al quale questi istituti sono chiamati a rinunciare. Se prima dell’estate un possibile accordo tra Banco e Milano sembrava assai probabile, ora è Banco-Ubi il progetto più gettonato. I possibili incroci sono però tutti esplorati, ma Victor Massiah (Ubi), Pier Francesco Saviotti (Banco) e Giuseppe Castagna (Milano) concordano su un fatto: la prima operazione di fusione deve generare valore per entrambe le parti, dando vita a un istituto che nei fatti — dopo le gravi difficoltà in cui si è venuto a trovare il Monte dei Paschi di Siena — sia la terza banca del Paese alle spalle di Unicredit e Intesa Sanpaolo.
Su questo sentiero di crescita e di creazione di valore si sta muovendo anche la Bper — nel primo semestre dell’anno ha registrato 622 milioni di margine di interesse, 360 milioni di commissioni nette, un miliardo di proventi operativi e un utile netto pari a 62,62 milioni di euro — che potrebbe realizzare un accordo con la Milano sulla falsariga di quello saltato, per l’opposizione del sindacato interno della Bpm, ai tempi delle presidenze Mazzotta-Leoni.
Parallelamente a questi si muovono altri istituti, anche non popolari, alla ricerca di un futuro di crescita e maggiore stabilità. Il Monte dei Paschi di Siena è uno di questi, su cui molto si è detto. A tratti è parso imminente un accordo con Ubi, ma oggi il progetto sembra accantonato anche a favore di una ipotesi stand alone di Mps, magari su un perimetro più circoscritto, sempre che non si destino interessi esteri.
Carige con la cura Montani ha evitato il peggio e oggi con la famiglia Malacalza nel capitale ha un profilo di solidità che solo un anno fa appariva impensabile, tanto che sulla direttrice Milano-Genova sono allo studio progetti di sviluppo e di integrazione. Se a spingere verso queste possibili aggregazioni sono, da un lato, il mercato e dall’altro le autorità di Vigilanza, convinte dai numeri che in Italia ci siano troppe banche e troppo piccole, le resistenze che si registrano sono talvolta sostenute da tornaconti personali.
Tagli
Fondere due istituti significa dover scegliere un presidente futuro rispetto ai due attuali, un amministratore delegato futuro rispetto ai due attuali, un consiglio di amministrazione (12-20 componenti) rispetto ai due attuali, giù giù fino ai membri dello staff per arrivare agli autisti, passando per le filiali che oggi nessuno vuole più comperare e che quindi andrebbero rapidamente dismesse. Uno scenario molto complesso è che certamente non genera entusiasmi in chi è toccato da questi processi aggregativi. Ma che fare? Soluzioni di crescita, oggi, con questo livello di costi fissi, le difficoltà del Pil e le crescenti istanze della Vigilanza, non si vedono. Risolti questi problemi al vertice si potrà guardare altrove.
L’amministratore delegato della PopVi, Francesco Iorio, lo ha detto chiaramente: oggi la Vicenza è troppo debole per sedersi a qualsiasi tavolo di trattativa. Serve circa un miliardo e mezzo per rimettersi in salute. Poi si vedrà. Cifre dimezzate per la Veneto alle prese con il dopo Consoli, ma di cui non è ancora chiara la strategia. I colloqui non mancano, sia con il Banco Popolare che con la Bper, ma i tempi non appaiono ancora maturi. Vicenza e Veneto devono prima chiudere i conti con il passato, chiedere ancora soldi ai propri soci, rafforzare la banca e poi, magari, trattare.
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