Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Ubi Banca presenta il piano al 2022: +88% di profitti, -10% di dipendenti

In un contesto economico a dir poco sfidante, con tassi negativi e un’economia singhiozzante, Ubi Banca, alla vigilia dell’offerta pubblica di scambio annunciata in nottata da Intesa SanPaolo, mette a terra un piano industriale cauto, senza fuochi d’artificio, ma che punta comunque a generare redditività sostenibile al 2022. Ce n’è abbastanza perchè gli investitori apprezzino, tanto che il titolo della banca ieri è stato sospeso al rialzo durante la seduta, prima di chiudere a +5,5%.

L’intervento sui costi

Dopo mesi di attesa – la presentazione del piano doveva arrivare a fine 2019 – la banca guidata da Victor Massiah spiega dunque al mercato i nuovi obiettivi triennali. Che prevedono anzitutto un utile netto di 665 milioni al 2022 rispetto ai 353 milioni del 2019 e un payout dividend del 40% medio nel triennio, incrementabile qualora la solidità patrimoniale lo permetta. Il balzo dell’88% dell’ultima riga di bilancio sarà possibile grazie anzitutto a un miglioramento della gestione del credito, con un atteso dimezzamento delle rettifiche nette (da 738 milioni a 387) e una riduzione dei costi operativi del 6%, soprattutto sul segmento retail. Sono in vista almeno 2mila esuberi (2.030 per la precisione) nel giro di tre anni, circa il 10% dei dipendenti complessivi, tra prepensionamenti e uscite volontarie. Attenzione: questo è il saldo negativo dei dipendenti entro il 2022. Il dato delle uscite insomma potrebbe anche essere superiore considerando eventuali assunzioni su cui i sindacati premeranno, in un dialogo su cui Massiah si dice «ottimista». In vista anche importanti risparmi sulle filiali – che passeranno da 1540 a 1365, con una riduzione di 175 unità (-11%) e una riduzione del 35% delle filiali cash – e sul polo di Milano: i 2mila dipendenti, oggi divisi su diverse sedi, confluiranno in un solo polo che i rumors vedono nel palazzo Gioia 22, in zona Porta Nuova. Sul fronte del derisking di portafoglio, prevista una riduzione dello stock dei deteriorati da 6,8 miliardi ai 4,5 del 2022, con un Npe ratio lordo dal 7,8% al 5,2%. Il tutto senza vendite massive ma solo «opportunistiche», dice Massiah, con un rafforzamento delle attività di recupero crediti a cui saranno dedicati 490 persone.

La «protezione» dei ricavi

Questo sul fronte dei costi. Perchè sul fronte dei ricavi la banca guidata da Massiah mira anzitutto a una strategia di «protezione» del giro d’affari. Difficile pensare di crescere in maniera decisa in un mercato che fatica ad assorbire impieghi e che rende sempre meno. La concorrenza al ribasso tra banche del resto limita i margini mentre i tassi in territorio negativo rendono costosa la raccolta. Ubi si mostra non a caso molto prudente su questo aspetto e mette in conto un Euribor a 3 mesi al -0,41% per tre anni: pur in questo scenario, il totale delle commissioni nette e del margine di interesse dovrebbe crescere dell’1%. La banca punta poi a trasformare il business retail per renderlo più efficiente virando sull’omnicanalità e rafforzando il segmento dei prestiti personali e dello small business. L’altra gamba di intervento riguarderà la clientela affluent e premium: l’intenzione è far sì che tutti i gestori premium abbiano il patentino di promotori, così da portare la raccolta da questo fronte da 200 a oltre 850 milioni nel 2022. A crescere saranno invece gli investimenti in tecnologia per trasformare il modello di business. In vista 940 milioni di spese per migliorare il business, con un focus in particolare sull’It (610 milioni) per la digitalizzazione dei processi.

Il capitale e le strategie

Il capitale, infine. La banca si vuole tenere un adeguato buffer di capitale rispetto ai minimi regolamentari per remunerare gli azionisti e distribuire in media il 40% dei profitti, come detto. Alle mosse annunciate (dalla rioganizzazione su Milano alle rivalutazione del real estate già prevista), se ne aggiungono anche altre che vanno intese però come “armi potenziali”. Si va dalla potenziale cessione della quota nella partecipata cinese Zhong Ou dell’asset management, valorizzata attorno ai 250 milioni e iscritta a bilancio a 40 milioni di euro alla bancassurance su cui Massiah si tiene mano libera. «Noi – ha ricordato – abbiamo tutte le società prodotto in casa» senza averle cedute durante la crisi e «non abbiamo valorizzato la componente assicurativa» su cui «non abbiamo nulla da dire prima del 30 giugno». Sullo sfondo rimane il tema del consolidamento, per cui Ubi è data come pivot di un risiko che vede coinvolte Bper, BancoBpm e Mps (dove «non credo che lo stato voglia rimanere») come potenziali partner. Nessuna indicazione temporale, da parte del banchiere sulle aggregazioni che, però, devono «rispettare due condizioni: creare valore e prevedere chiarezza nella governance».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

La crisi generata dal coronavirus colpisce frontalmente l’economia reale ma rischia di riflettersi...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

ROMA — Lavoratori pagati dalle banche anziché dall’Inps. È la soluzione che il governo sta pr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

BERLINO — La Bce ha deciso un altro passo importante. Per il bazooka appena sfoderato da 750 mili...

Oggi sulla stampa