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Twitter «cinguetta» a Wall Street

C’è stato poco di “micro” nell’Ipo del re del microblogging Twitter. Certamente non la tensione, che alla vigilia del debutto odierno al New York Stock Exchange ha raggiunto il parossismo: valutazioni e scommesse sulla performance dell’azienda, i cui “cinguettii” echeggiano dai sobborghi americani alla primavera araba, hanno oscillato drammaticamente. Segno della grande attesa per l’Ipo dell’anno, ma anche un invito alla cautela nel maneggiare titoli a rischio bolla.
Nella giornata di ieri si sono rincorse le voci sul prezzo di collocamento previsto in serata, riprese dal Wall Street Journal e da Cnbc: all’ultimo minuto era in gioco un rialzo tra i 25 e i 28 dollari, forse a 27. Frutto di una forte domanda, dopo che nei giorni scorsi la forchetta del pricing per gli 80,5 milioni di titoli in vendita era già salita di quasi il 30% a 23-25 dollari. A simili massimi l’azienda avrebbe rastrellato 2,3 miliardi per un valore complessivo del gruppo di 16 miliardi.
Il dibattito infuria anche sul futuro del business. Le banche sottoscrittrici, secondo quanto filtrato, hanno un outlook di solida crescita ma non sono nel novero dei più ottimisti: in media pronosticano un aumento del fatturato entro il 2015 del 28%, inferiore rispetto agli analisti indipendenti. E sono loro ad aver ricevuto l’accesso migliore a dirigenti e dati della società. Un confronto concreto: Goldman Sachs, coinvolta nell’Ipo, si aspetta un rialzo del 32% del giro d’affari entro due anni; Morningstar, fuori dal gioco, ipotizza impennate del 64 per cento.
Banche quali Goldman, JP Morgan, Bank of America Merrill Lynch e Deutsche Bank – la cordata dell’initial public offering – hanno in realtà cercato di tener conto della lezione di Facebook, quando l’eccessivo entusiasmo fece inciampare il titolo. Dopo un debutto a 38 dollari nel maggio 2012, cadde sotto quota 18 a settembre ed è risalito solo ora a 50 dollari, in rialzo del 28% dall’Ipo. L’altro social network, il sito per professionisti LinkedIn, ha fatto meglio: sbarcato a 45 dollari con meno fanfara, si trova a 221 dollari.
La sete di Ipo – 16 collocamenti previsti questa settimana, il massimo dal 2006 – si è però fatta sentire nell’hi-tech: nel terzo trimestre i rendimenti di simili titoli sono stati del 36 per cento. E sospinge le valutazioni: già a 25 dollari Twitter è più cara proprio di Facebook, 21 volte il giro d’affari del 2013 contro meno di 16 per il social network.
La febbre di Twitter ha generato previsioni generose anche sugli orizzonti più distanti che hanno tirato la volata all’Ipo. Pivotal Research vede Twitter nel 2018 con un giro d’affari di 4,04 miliardi dai 646 milioni indicati per l’anno in corso. Sanford Bernstein ipotizza 4,47 miliardi. E Morningstar ferma le previsioni al 2017 ma le alza a quasi 8 miliardi. Questa “matematica” resta tutta da dimostrare: sotto il chief executive Dick Costolo l’azienda è ancora in perdita. Con 232 milioni di utenti è una frazione di Facebook, che ne vanta 1,2 miliardi. E il terreno cruciale di battaglia, per monetizzare la sua popolarità, è il medesimo di Facebook o Google: la pubblicità digitale. Google domina questa raccolta con il 32,84% e Facebook segue con il 5,41 per cento. Il vantaggio del leader del microblogging è una piattaforma ideale per il “mobile” (73% degli utenti), segmento dove le inserzioni dovrebbero aumentare quest’anno dell’89% a 16,65 miliardi pur restando lontane dai 117,6 miliardi della raccolta digitale complessiva. Saranno le prove di business che Twitter saprà dare dopo l’Ipo a scrivere l’ultima parola sulla sua valutazione.

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