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«Tutto comincia da un prestito». La lunga corsa delle start up

Come trovare i finanziamenti per la propria start up, applicazione o progetto imprenditoriale? È la prima domanda che viene in mente quando si tenta questa strada. Certo, gli esempi concreti di chi ce la sta facendo ci riportano a una delle formule per niente magiche delle maniche rimboccate. Tanto che le strade più battute dai coraggiosi startupper sono quelle del friends, family and fools (cioè qualche amico/parente mosso a compassione o qualche sprovveduto, leggi folle), quella dei business angels o, infine, la via dell’autofinanziamento (meglio nota come formula del panino mangiato davanti al pc tirando la cinghia). Non a caso gli startupper sono generalmente magri.

Eppure potrebbe non essere questa la domanda giusta, quella da porsi subito e dalla quale fare dipendere il futuro imprenditoriale. «Non sono i soldi a mancare» ha esordito Andrea Rangone, responsabile dell’Osservatorio School of management, nella sua veste di delegato del Rettore del Politecnico di Milano all’incubatore universitario intervenendo in uno dei workshop organizzati per App4Mi, iniziativa del Comune di Milano e del Corriere della Sera . «Oltre ai venture capitalist si stanno muovendo anche da noi capitali privati. I patrimoni consistenti degli imprenditori che ce l’hanno fatta non sono ancora andati in questa direzione, ma ora la cultura sta crescendo e sulle start up potranno scaricarsi cifre ben superiori a quelle messe in circolazione dai venture capital (circa 100 milioni l’anno, ndr )».

Un altro canale potenziale, ha continuato Rangone, sono le grandi aziende che hanno capito, in ritardo, che l’innovazione si può fare non solo con la tradizionale Ricerca e sviluppo, ma anche finanziando le start up. «Soldi c’è ne saranno sempre di più. Certo che se viene qualcuno di voi con un power point i soldi non ci sono. Ma se viene qualcuno con un team già fatto e magari con due milioni di download già raggiunti le cose cambiano. È un paradosso — ha concluso Rangone — da cui non si esce? No, perché i primi soldi che dovete investire sono i vostri soldi, lo stipendio dei primi due anni. Il vero incubatore è la famiglia».

Paola Dubini della Bocconi ha inoltre sottolineato come serva anche un progetto di crescita personale. «È sempre più necessario assumere un atteggiamento imprenditoriale e inventarsi un lavoro. Ma diventare imprenditore è un conto, restarlo e crescere è un altro. Anche nel fiorire di incubatori che stiamo vivendo bisogna immaginare un percorso imprenditoriale, provare a mettere in campo una serie di esperimenti il prima possibile. La trasformazione di idee in imprese e delle imprese in imprese sostenibili richiede tempo. Bisogna saper mettere a fuoco un progetto distintivo e chiaro, mettere insieme competenze e figure molto diverse tra di loro».

Insomma, non basta dire facciamo una app per i visitatori di un museo. Resta il tema del finanziamento importante che prima o poi deve aiutare l’impresa. Giuseppe Gastone di Banca Intesa ha sottolineato le difficoltà che queste aziende incontrano nell’avere un finanziamento. La banca deve procedere a una «valutazione del rischio e a un’analisi della solidità patrimoniale dell’imprenditore e dei soci delle aziende clienti». Ma, come ha ricordato una startupper presente, sono tutti requisiti che un’azienda alle prime armi, per definizione, non ha.

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