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Tutti tartassati dal federalismo

Cresce ancora l’addizionale regionale Irpef, a causa degli aumenti di aliquota decisi dalla maggioranza dei governatori. Considerando anche l’analogo balzello dovuto ai comuni, in non pochi casi quest’anno il conto dell’imposta sui redditi a livello locale supererà la soglia del 4%. Si potrebbe dire: è il federalismo fiscale, bellezza! Peccato che, nella logica del decentramento, l’incremento del prelievo in periferia avrebbe dovuto essere compensato da una simmetrica riduzione di quello imposto a livello centrale, che però non si è ancora vista.

La cosiddetta invarianza del prelievo fiscale complessivo, in tal caso, non è solo una promessa elettorale, ma è prevista da una precisa norma di legge. Si tratta dell’art. 2, comma 1, del dlgs 68/2011, uno degli otto decreti attuativi della l 42/2009 che disciplinava proprio il federalismo fiscale.

La logica di tali provvedimenti era chiara e lineare: più tasse regionali e comunali, meno tasse statali, nessun aggravio per i contribuenti, che anzi avrebbero tratto benefici dal decentramento dei poteri di spesa verso istituzioni a loro più vicine e quindi più facilmente controllabili («voto, vedo, pago»).

Fra queste, le regioni, cui il dlgs 68 ha consentito di alzare progressivamente le aliquote della propria addizionale Irpef. Per il 2011 e il 2012, il ritocco poteva essere al massimo dello 0,5%; per il 2014 dell’1,1%; mentre dal 2015 può arrivare fino a 2,1 punti percentuali rispetto al livello base (1,23%). Quasi tutti governatori, in questi anni, ne hanno approfittato. Come emerge dalla tabella nella pagina seguente (elaborata sui dati raccolti dal Dipartimento delle finanze nel sito www.finanze.it), solo 5 regioni (e province autonome) sono ferme all’aliquota standard: 4 di esse sono a statuto speciale (Trento, Bolzano, Valle d’Aosta e Sardegna), una sola a statuto ordinario (il Veneto). In tutti gli altri casi, il prelievo è più alto, a volte per tutti gli scaglioni di reddito, in altri casi solo per alcuni.

I più tartassati sono i cittadini del Lazio, dove si paga l’aliquota massima del 3,33% già sopra i 15 mila euro; seguono a ruota quelli del Piemonte, per i quali si raggiunge il picco solo oltre i 75 mila euro (ma da 55 mila in su lo sconto è appena dello 0,01%). Se poi il comune di Roma e quello di Torino confermeranno (come probabile) il loro 0,8% di addizionale comunale (che rappresenta il tetto per i sindaci), ecco che, come detto, il conto complessivo dell’Irpef locale sfonderà la soglia del 4%. Come sono lontani i tempi in cui le addizionali passavano quali inosservate: oggi, invece spesso presentano cifre a tre zeri.

E qui che entra in ballo l’art. 2, comma 2, del dlgs 68. Tale norma ha previsto espressamente che, con un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, venissero ridotte le aliquote dell’Irpef di competenza statale, «mantenendo inalterato il prelievo fiscale complessivo a carico del contribuente». Ciò, in teoria, «a decorrere dall’anno di imposta 2013»: ma finora i diversi inquilini di Palazzo Chigi non hanno trovato il tempo (anzi, le coperture) per effettuare tale manovra.

Ma (purtroppo per chi paga le tasse) non è l’unica disposizione del dlgs 68 a essere rimasta inattuata. Un altro triste caso riguarda l’art. 6, comma 1, che testualmente recita: «A decorrere dall’anno 2012 ciascuna regione a statuto ordinario può, con propria legge, aumentare o diminuire l’aliquota dell’addizionale regionale all’Irpef di base. Quindi non solo aumentare, ma anche diminuire l’aliquota standard dell’1,23%. Chi l’ha fatto? In via generale, una sola regione, per di più a statuto speciale, ossia il Friuli Venezia-Giulia, che fino a 15 mila euro di reddito «si accontenta» dello 0,70% (ma sopra i 15 mila chiede l’1,23% su tutto l’imponibile, in barba alla progressività). In altri (limitati) casi, lo sconto riguarda fattispecie specifiche, come in provincia di Trento, dove l’aliquota è azzerata per i titolari di reddito da pensione con un imponibile non superiore a 15 mila euro o in Veneto, dove paga lo 0,9% chi ha un reddito non superiore a 45 mila euro e un familiare disabile a carico (e i disabili con lo stesso livello di reddito).

Molto poco gettonate anche le detrazioni (previste solo in tre casi, Trento, Piemonte, e Puglia), ancora meno le misure di sostegno economico diretto a favore dei soggetti con un reddito talmente basso da non consentire loro di usufruire degli sconti (le prevede solo la Puglia).

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