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“Tutti sapevano, nessuna carta segreta su Mps”

Gianluca Baldassarri, ex capo area finanza di Mps al processo dov’è imputato con l’ex presidente Giuseppe Mussari e l’ex dg Antonio Vigni per ostacolo alla vigilanza sul riassetto di Alexandria, si defila e scarica su coimputati e funzionari dell’istituto eventuali responsabilità. Lo fa con documenti e mail, rispondendo punto per punto alle contestazioni dei pm senesi Aldo Natalini, Antonio Nastasi e Giuseppe Grosso che lo avevano tenuto in carcere otto mesi un anno fa. L’ex manager – coinvolto in altre due inchieste, sulla “banda del 5%” e sull’acquisizione Antonventa – concentra la difesa su due punti chiave: la scelta di Nomura per ristrutturare Alexandria e l’inveritiero (per lui) occultamento del
mandate agreement che legava tutti gli affari con i giapponesi.
Ma il dossier Mps resta caldo anche per la prossima ricapitalizzazione da 3 miliardi per rimborsare i Monti bond pubblici. «Non prevedo un terremoto e confido nel buon esito dell’operazione ha detto il presidente dell’Abi Antonio Patuelli -. Ho aspettative positive». Gli ha fatto eco Gian Maria Gros-Pietro, presidente del Cdg della rivale Intesa Sanpaolo. Mentre Davide Serra, finanziere del fondo Algebris tra i possibili futuri investitori a , da Davos ha detto: «Vedrò a maggio cosa fare. A oggi Mps è completamente in-investibile, con quell’azionista di controllo credo nessuno investirà. La fondazione Mps rinviando l’aumento ha messo i propri interessi contro quelli della banca, cosa gravissima ».
«Erano tre le proposte arrivate a Mps nel 2009 per la ristrutturazione del derivato Alexandria — s’è difeso in aula Baldassarri —. La proposta di Credit Suisse, la migliore, fu bocciata da Daniele Bigi, all’epoca responsabile area bilancio, perché i premi futuri avrebbero dovuto essere iscritti nel bilancio 2009. Poi c’era Jp Morgan che non dette il via libera perché il suo livello americano non approvò l’operazione, per cui l’accordo fu stipulato con Nomura. L’originale del contratto era noto al protocollo, alla segreteria di direzione, a Vigni. In ogni caso tutte e tre le ipotesi di accordo furono illustrate a Vigni e Mussari ». Riguardo al contratto con Nomura, secondo l’accusa celato ostacolando la vigilanza, Baldassarri ha detto che «quel documento non aveva più alcun significato dopo il 23 settembre 2009, quando l’accordo definitivo per la ristrutturazione fu raggiunto». Il mandate, che Fabrizio Viola trovò nella cassaforte di Vigni il 10 ottobre 2012, «non era stato nascosto ma semplicemente depositato. Ed era un documento quasi pubblico, noto ai vertici ma anche a numerosi dirigenti Mps», ha detto Baldassarri, scorrendo copie di mail interne. Quel contratto fu protocollato da Sandra Bartolommei, ex segretaria del dg il 3 agosto 2009, quando fu inviato controfirmato da Nomura a Vigni, quindi era nell’archivio informatico Mps. L’imputato ha poi sostenuto che sul riassetto Alexandria «formalmente nessuno s’è mai opposto dentro la banca ». E al pm che chiedeva se Vigni gli avesse riferito la contrarietà dell’allora cfo Marco Morelli ha risposto: «A me non ne ha mai parlato». La posizione di Morelli, indagato l’anno scorso per ostacolo alla vigilanza nel filone sul bond Fresh Mps, è stata archiviata un mese fa: il Gip senese Guido Salvini ha trovato «infondate le ragioni dei pm», perché l’ex cfo non era interlocutore della vigilanza né conosceva le fasi autorizzative del Fresh. Baldassarri ha infine ipotizzato che gli ispettori Bankitalia, a lungo negli uffici Mps, dovevano sapere degli affari con Nomura. E quando il pm gli ha contestato le richieste della vigilanza ha risposto: «Rispetto a queste richieste ho dato solo il mio pezzetto. Il resto spettava ad altri, e credevo che altri lo avessero fornito».

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