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Tutti nervosi con Bernanke

Per l’ennesima volta, «è il dollaro, stupido»: il cartello con questa scritta dovrebbe essere appeso nelle stanze di tutti coloro che fanno le politiche economiche nel mondo. La decisione, lo scorso 13 settembre, della Federal Reserve (Fed) di procedere a una nuova operazione, illimitata, di immissione di liquidità nell’economia americana ha fatto nascere il sospetto che gli Stati Uniti cerchino di esportare i loro problemi di crescita economica — scarsa, sotto al 2% — attraverso il deprezzamento della valuta. Facendoli cioè pagare al resto del mondo. Con il rischio di innescare battaglie valutarie e commerciali in una fase in cui tutte le economie del pianeta stanno frenando. Il nervosismo, al riguardo, è già alto.
Conflitti
La settimana scorsa, il ministro delle Finanze brasiliano, Guido Mantega, ha detto che «questa è una guerra valutaria». Il Brasile è molto sensibile al tema: già due anni fa, quando il presidente della Fed Ben Bernanke aveva lanciato un’altra operazione di immissione di liquidità, Mantega aveva sollevato la stessa accusa. Diceva che Washington volesse deprimere scientificamente il dollaro, per esportare di più, spingendo gli investitori fuori dalla moneta americana verso quelle di altri Paesi: queste ultime, compreso il real brasiliano, si sarebbero dunque apprezzate e avrebbero creato maggiori problemi alle esportazioni delle loro economie. Da allora il Brasile è passato dal boom a una quasi stagnazione. La denuncia, oggi, è quindi ancora più netta.
Mentre Bernanke ha giustificato l’iniziativa della Fed — chiamata Quantitative Easing Tre (QE3) — con la necessità di stimolare la crescita, Mantega dice che quella liquidità non andrà all’economia, che ne ha già molta e non la usa, ma ha il vero obiettivo di indebolire il dollaro per ragioni commerciali. Per fare seguire i fatti alle parole, il Brasile nei giorni scorsi è intervenuto sui mercati valutari vendendo real e comprando dollari, per contrastare la tendenza al rialzo della sua valuta.
Quando ha annunciato il programma di QE3, Bernanke non ha parlato di valute. Ha detto che l’operazione di 40 miliardi di dollari di acquisti mensili di titoli ipotecari ha lo scopo di stimolare l’economia, dal momento che la Fed — in una svolta che si può definire storica — ritiene che i rischi posti dall’alta disoccupazione americana (8,1%) siano maggiori dei rischi di inflazione che l’immissione di liquidità potrebbe innescare.
Il problema è che una decisione del genere «ha delle conseguenze», ha detto Mantega. Immediatamente, infatti, la Banca del Giappone ha reagito con una sua operazione di immissione di liquidità per ulteriori 126 miliardi di dollari: con il programma già in essere in precedenza, entro la fine del 2013 inonderà la sua economia con 80 mila miliardi di yen (più di mille miliardi di dollari). «È tutta questione di valute — spiega Shogo Fujita, dell’ufficio di Tokio della banca Merrill Lynch — L’obiettivo è deprezzare lo yen».
Il Brasile e il Giappone «vogliono contrastare i danni collaterali che emanano dalle politiche non convenzionali della Fed, dalla crescita potenzialmente destabilizzante di flussi di capitale e dall’apprezzamento valutario che erode la competitività», ha sostenuto Mohamed El-Erian, il Ceo di Pimco, uno dei più grandi fondi d’investimento del mondo. Le autorità europee non hanno reagito all’annuncio della Fed, ma l’euro si è rafforzato: il contrario di quello che servirebbe alle economie, soprattutto a quelle dei Paesi già in recessione, per migliorare le loro esportazioni.
Rallentamento
Guerre valutarie e guerre commerciali sono concetti forti e pericolosi. Non siamo a quel punto. L’economia mondiale, però, sta rallentando: negli Stati Uniti la ripresa è debole e a fine anno c’è il rischio del Fiscal Cliff, il precipizio dato da una combinazione di aumento delle tasse e tagli alla spesa pubblica del valore di 600 miliardi di dollari; l’Eurozona probabilmente nel terzo trimestre dell’anno entrerà ufficialmente in recessione; la Cina rallenta pericolosamente, l’India si allontana sempre più dall’obiettivo della crescita a due cifre. In un quadro del genere, tutti cercano di esportare di più, tra l’altro di fronte a un commercio mondiale in rallentamento. La crescita degli scambi globali, che per gli scorsi vent’anni è stata in media del 5,4%, l’anno scorso ha iniziato a scendere e quest’anno registrerà un calo ulteriore: ad aprile l’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) la prevedeva al 3,7%, ma pochi giorni fa il direttore della Wto Pascal Lamy ha detto che le previsioni andranno riviste al ribasso.
Effetto elezioni
La tentazione di accendere contenziosi commerciali, dunque, è forte, sostenuta anche da motivazioni elettorali. Barack Obama, in piena campagna presidenziale, ha deciso di ricorrere al tribunale della Wto contro i sussidi con i quali Pechino sosterrebbe i suoi produttori di auto. Mentre il suo avversario Mitt Romney promette di essere ancora commercialmente più duro con la Cina. Bruxelles ha per ora sospeso una disputa con le società di telecomunicazioni cinesi ma ha aperto un’indagine — la maggiore mai lanciata dalla Ue — sui produttori cinesi di pannelli solari (alla quale si è opposta Angela Merkel).
Alta agitazione commerciale, insomma. Con il dollaro di gran lunga l’elemento più sensibile: ogni suo ribasso, anche piccolo, fa onde alte.

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