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Tutti in fila per le Poste, domanda record

A giudicare dalle richieste «la più grande privatizzazione dell’Italia dopo oltre un decennio» — per dirla con le parole recenti del «Financial Times» — somiglia alla fila (stavolta ordinata) in un ufficio postale nel giorno di riscossione della pensione. Quattro a uno. Dove il primo numero sta per chi vuole scommettere su Poste Italiane perché crede di poter avere un buon ritorno dell’investimento. E il secondo sta per l’offerta effettiva di azioni che il gruppo ha collocato sul mercato: 453 milioni di titoli, pari al 34,7% della società. Titoli che cominceranno ad essere scambiati a Piazza Affari martedì 27 ottobre.
Il prezzo di collocamento — secondo le ultime indiscrezioni che trapelano dal ministero del Tesoro azionista di controllo della quotanda Poste — dovrebbe attestarsi sui 6,75 euro per azione. Esattamente a metà della forchetta (compresa tra i 6 e i 7,5 euro) per una valorizzazione complessiva dell’azienda guidata da Francesco Caio che sfiora gli 8,8 miliardi di euro e un ricavato (per il socio di maggioranza) che si aggira sui 3,36 miliardi in caso di esercizio integrale della greenshoe .
Ieri pomeriggio in via XX settembre si è svolta l’ultima riunione che ha sciolto la riserva sul prezzo di collocamento. Valore che verrà annunciato oggi in conferenza stampa dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Diverse fonti bancarie ritengono però che il prezzo dei 6,75 euro sia quello più adeguato per lanciare Poste Italiane in Borsa senza troppi scossoni. Al «conclave» con Padoan ieri erano presenti Vincenzo La Via, direttore generale del Tesoro, ovviamente Caio — che in questi giorni ha setacciato Londra e New York a caccia di potenziali investitori istituzionali — la presidente Luisa Todini e il direttore finanziario di Poste Luigi Ferraris, oltre al parterre degli istituti di credito che hanno fatto parte del consorzio di collocamento (Banca Imi, Mediobanca, Ubs, Citigroup, Unicredit, Bank of America Merrill Lynch, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Credit Suisse) e gli advisor di Poste (Rothschild) e del Tesoro (Lazard). L’operazione — d’altronde — è particolarmente complessa, perché si tratta della più grande quotazione europea dell’anno per un gruppo che ha oltre 143 mila dipendenti e oltre 13mila uffici postali.
Non si conoscono ancora i numeri di quanti — tra i dipendenti — hanno aderito all’offerta. Qualche giorno fa si è scritto di circa 23mila persone che hanno scelto di diventare socie dell’azienda per la quale lavorano. Per un ammontare di oltre 270mila piccoli risparmiatori. Peraltro la struttura dell’offerta vede riservato al pubblico retail il 30% delle azioni e il 70% restante agli istituzionali, tra cui — si dice — diversi fondi sovrani. I titoli di Poste si potevano sottoscrivere in banca in questi giorni per un lotto minimo (elevato) di 500 azioni. Che — con questo prezzo di collocamento — significa un esborso minimo di 3.375 euro. Un investimento che comunque premia il risparmio di lungo periodo per il meccanismo della distribuzione di un’azione gratuita ogni venti a patto che il titolo venga tenuto in portafoglio per almeno 12 mesi. Ad ogni modo si tratta di un bel biglietto da visita per il Paese se la domanda — per un’azienda finora controllata dallo Stato — risulta di quattro volte superiore all’offerta. Certo le sfide per il management restano e anzi diventano ancor più stringenti: dimostrare ai soci risparmiatori che scommettere su Poste è stata una scelta azzeccata.

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