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Tutti gli attriti fra Roma e Berlino

Deficit, debito, avanzo commerciale, banche ed emissioni auto: ecco i dossier sul tavolo
La foto è di quelle viste mille volte. Paolo Gentiloni e Angela Merkel si stringono la mano sotto i flash dei fotografi. Ma, dietro l’amicizia storica che lega l’Italia e la Germania e dietro i sorrisi di rito delle occasioni ufficiali, è da anni che spesso Roma e Berlino si trovano su fronti politici opposti. Sui conti pubblici, con l’Italia che punta il dito contro il surplus commerciale tedesco e la Germania che chiede rigore su deficit e debito. Sul settore bancario, con la Germania che ha cercato di imporre un limite europeo ai titoli di Stato nei bilanci e l’Italia che chiede maggiore rigore nella valutazione dei titoli “tossici”. Sulla politica monetaria, con il presidente della Bundsebank che non perde occasione per schierarsi contro le azioni di una Bce a guida italiana. Fino al recente caso del dieselgate.
Sotto i buoni rapporti politici, in mezzo a due economie estremamente interconnesse, insomma, arde la brace. La stessa che sta logorando l’intera Unione europea, che proprio quest’anno festeggia i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma. L’Europa è sempre più divisa tra due visioni opposte: quella rigorista e quella più favorevole alla crescita economica. La Germania sta nel primo campo, l’Italia nel secondo. E ci sono i forti interessi economici che spiegano queste scelte di campo.
I conti pubblici
«Le regole devono essere rispettate da tutti, anche da chi ha un surplus commerciale come la Germania». Era lo scorso settembre quando l’allora premier Matteo Renzi puntava il dito contro il gigantesco avanzo commerciale tedesco, pari ormai all’8,8% del Pil. È da circa un decennio che la Germania esporta molto più di quanto non importa. Questo – secondo uno studio pubblicato dal Centro studi Confindustria ormai un anno fa – causa «perdita di benessere per tutti».
Il surplus commerciale della Germania non solo drena ricchezza agli altri Paesi, ma costringe chi è in deficit a recuperare competitività di prezzo «ridimensionando gli standard di vita, generando deflazione» e «riducendo la domanda» interna. Un conto salato, non compensato, come sarebbe logico e opportuno, da politiche espansive della stessa Germania (come più volte chiesto da Bruxelles). Non è un caso che il pacchetto di regole europee, il Six Pack, vieti ai Paesi europei di avere un surplus superiore al 6% del Pil per tre anni di fila.
La Germania è dunque in fallo. Ma il Six Pack è lo stesso pacchetto che impone ai Paesi europei di ridurre il debito pubblico. Su questo è l’Italia a sforare abbondantemente. Dietro la battaglia politica di Renzi c’era dunque anche l’interesse di spostare l’attenzione sulle mancanze tedesche. E viceversa: nell’incapacità collettiva di risolvere i problemi, e nello sbandamento generale dell’Unione europea, il dibattito politico si sposta troppo spesso sui problemi altrui per nascondere i propri.
Le banche del vicino
Sulla questione creditizia il meccanismo dello scaricabarile è altrettanto evidente. La Germania si è sempre opposta a completare l’Unione bancaria, che avrebbe dovuto comprendere anche la garanzia europea (collettiva) sui conti correnti. Berlino non vuole concedere questa garanzia finché le banche europee non riducono i rischi. Questo potrebbe anche essere condivisibile, se non fosse che la classe politica tedesca pensa solo a due rischi: i troppi titoli di Stato nei bilanci delle banche e i crediti deteriorati. Insomma, pensa solo a due problemi del Sud Europa (soprattutto italiani). Ma non ai problemi delle banche tedesche, che sono i titoli “tossici” (o meglio illiquidi) e i derivati che abbondano nei bilanci delle maggiori banche.
Il ministro delle Finanze tedesco ha provato in passato a mettere all’ordine del giorno in Europa un limite ai titoli di Stato nei bilanci bancari. Questa proposta, calcolava qualche tempo fa la Banca d’Italia, avrebbe costretto le banche italiane a vendere 100 miliardi di titoli di Stato italiani: questo avrebbe messo al tappeto sia le banche, sia lo Stato. Per questo Renzi si oppose: «Metteremo il veto su qualsiasi tentativo di mettere un tetto alla presenza dei titoli di Stato nei bilanci delle banche», tuonò nel febbraio scorso. Su questa partita ha poi vinto, dato che la questione è stata rinviata al Comitato di Basilea ed è nel frattempo sparita dai radar. Ma l’Italia non ha certo vinto l’altra battaglia (quella su cui da tempo si spende l’Abi): che la Vigilanza europea sia severa su tutti i rischi presenti nei bilanci bancari, anche quelli (tedeschi) dei titoli illiquidi. E non solo sui crediti deteriorati, che sono il tallone d’Achille degli istituti italiani.
La politica di Draghi
Mentre in tanti in Italia puntano il dito sulla rigidità della Vigilanza europea sulle banche (guidata dalla francese Daniéle Nouy), a Berlino gli occhi severi sono tutti per la politica monetaria della Bce. Le continue iniezioni di liquidità e i tassi a zero, secondo i tedeschi, creano seri problemi alle banche, alle assicurazioni e ai risparmi. In effetti in Germania la maggior parte dei titoli di Stato ha rendimenti negativi: questo crea problemi a chi quei titoli li possiede e a chi – come le assicurazioni – ha venduto polizze con un rendimento minimo e ora fa fatica a garantirlo. Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann non perde occasione per schierarsi (e votare) contro le misure della Bce. Di queste misure ha però bisogno l’Italia, che con il suo elevato debito pubblico non può che beneficiare dei tassi bassi (ma meno bassi che in Germania). Paradossalmente, però, proprio per le rigide regole della Bce (che acquista titoli di Stato in Base al capitale di ogni Paese), l’Eurotower continua a comprare molti più titoli tedeschi che italiani. Secondo i calcoli di Goldman Sachs, a fine 2017 la Bundesbank deterrà il 40% del debito pubblico tedesco e la Banca d’Italia solo il 15-17% di quello italiano.
La disputa sull’auto
L’ultimo dossier italo-tedesco è quello dell’auto, che nasce dalle indagini svolte nei vari Paesi dopo il dieselgate Volkswagen per verificare la presenza di eventuali dispositivi illegali. Dopo le denunce di un’organizzazione ambientalista tedesca, la Deutsche Umwelthilfe (Duh) che aveva evidenziato una serie di valori di emissioni fuori norma in una serie di veicoli di varie marche, tra cui la Fiat 500X, il ministero tedesco dei Trasporti aveva effettuato a sua volta dei test e chiesto spiegazioni a Fiat Chrysler, che nel maggio del 2016 non si era presentata a un appuntamento a Berlino. Già allora il ministro Dobrindt aveva portato la questione all’attenzione della Ue, che aveva avviato una mediazione tuttora in corso.
Secondo le norme Ue ogni costruttore può scegliere dove omologare i propri veicoli, e quel Paese è poi responsabile dei controlli; sul piano formale, dunque, Roma ha ragione ha rivendicare il potere di controllo sulle auto Fiat. Va detto che tutti i Paesi dopo il dieselgate hanno effettuato verifiche anche su auto di produzione straniera. Gli scostamenti per le emissioni della 500X sono stati per esempio rilevati anche in Francia, dove il maggior numero di valori dubbi sono stati riscontrati per le auto Renault; Parigi ha trasmesso i dati su quest’ultima (di sua competenza) alla magistratura francese, che nei giorni scorsi ha aperto un’inchiesta, ma non ha agito su vetture straniere. Il ministro dei Trasporti tedesco Dobrindt ha invece più volte rilanciato il tema Fiat, nelle more della mediazione Ue; ieri Gentiloni ha ricordato «in amicizia» alla Merkel che «le leggi attribuiscono alle autorità nazionali di omologazione di decidere».
La questione “politica” di questi giorni, sollevata dagli italiani nel quasi totale silenzio della politica e dei media tedeschi, non ha nulla a che vedere con i rapporti economici nel settore auto. Questi vedono una Germania dominante a livello europeo e mondiale ma un’Italia che grazie anche all’export di componenti verso Berlino riesce a mantenere in attivo la bilancia commerciale del comparto.

Morya Longo
Andrea Malan

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