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Tutte le parole hanno un peso

Il diritto di critica non si concreta nella mera narrazione veritiera di fatti, ma si esprime in un giudizio che, come tale, non può che essere soggettivo rispetto ai fatti stessi, fermo restando, però, che il fatto presupposto e oggetto della critica deve corrispondere a verità.

Così la Cassazione con l’ordinanza 25420/2017, che si inscrive nel novero di una serie di recenti pronunce in tema di diritto di critica.

Vediamole.

LE PAROLE HANNO UN PESO

Assume rilievo determinante la valenza sociale delle parole, al di là e al di fuori della specifica intenzione di chi le adopera, con la conseguenza che obiettivamente lesive dell’onore sono quelle espressioni con le quali si «disumanizza» la vittima, assimilandola a cose, animali o concetti comunemente ritenuti ripugnanti, osceni, disgustosi.

È quanto ribadito dai giudici della quinta sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza n. 50187 dello scorso 3 novembre.

I giudici di piazza Cavour hanno altresì ribadito nella sentenza in commento che, in ossequio anche a un ormai consolidato orientamento dettato dalla giurisprudenza, il diritto di critica va a concretizzarsi in un giudizio valutativo che postula l’esistenza del fatto assunto a oggetto o spunto del discorso critico e una forma espositiva non ingiustificatamente sovrabbondante rispetto al concetto da esprimere, e, conseguentemente, esclude la punibilità di coloriture e iperboli, toni aspri o polemici, linguaggio figurato o gergale, purché tali modalità espressive siano proporzionate e funzionali all’opinione o alla protesta, in considerazione degli interessi e dei valori che si ritengono compromessi.

Ed è la stessa Cassazione (si veda: sez. 5, n. 37397 del 24/06/2016, C, Rv. 267866) che in particolare, ha evidenziato come «il requisito della continenza postula una forma espositiva corretta della critica rivolta, ossia strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita e immotivata aggressione dell’altrui reputazione».

Occorre, pertanto, una sorta di verifica della strumentalità dell’espressione nel bilanciamento tra la protezione della fondamentale libertà di espressione e l’esigenza di assicurare il rispetto dei diritti della persona, pur aspra, adoperata rispetto alle finalità di critica e coglie, nel superamento di tale fondamentale requisito funzionale, la gratuità della condotta.

E, come sottolineato dai giudici, tale momento valutativo è certo strettamente legato agli obiettivi comunicativi perseguiti e allo specifico contesto nel quale l’espressione è adoperata, ma è necessariamente correlato anche al contenuto di quest’ultima, in quanto la pur giustificata critica dell’operato altrui impone, comunque, il rispetto di quelli che sono e restano limiti invalicabili, posti dall’art. 2 Cost., a tutela della dignità umana, con la conseguenza che alcune modalità espressive sono oggettivamente (e dunque per l’intrinseca carica di disprezzo e dileggio che esse manifestano o per la riconoscibile volontà di umiliare il destinatario) da considerarsi offensive e, quindi, inaccettabili in qualsiasi contesto pronunciate, tranne che siano riconoscibilmente utilizzate ioci causa (sez. 5, n. 19070 del 27/03/2015, Foti, Rv. 263711).

DIRITTO DI CRITICA: DA NON CONFONDERE COL DIRITTO DI CRONACA

Il diritto di critica non si concreta, come quello di cronaca, nella mera narrazione veritiera di fatti, ma si esprime in un giudizio che, come tale, non può che essere soggettivo rispetto ai fatti stessi, fermo restando, però, che il fatto presupposto e oggetto della critica deve corrispondere a verità, sia pure non assoluta, ma ragionevolmente putativa per le fonti da cui proviene o per altre circostanze oggettive, così come accade per il diritto di cronaca.

Lo hanno sottolineato sempre i giudici della Cassazione (terza sezione civile) con l’ordinanza n. 25420 dello scorso 26 ottobre.

Inoltre, sempre nell’ordinanza di cui sopra, si legge che in tema di diffamazione, «è necessario e sufficiente che ricorra il dolo generico, anche nelle forme del dolo eventuale, cioè la consapevolezza di offendere l’onore e la reputazione altrui, la quale si può desumere dalla intrinseca consistenza diffamatoria delle espressioni usate (Cass., 20 dicembre 2007, n. 26964, che richiama la giurisprudenza penale di questa Corte in materia)».

Circa poi la sussistenza di un danno non patrimoniale, quale conseguenza pregiudizievole (ossia, una perdita ai sensi dell’art. 1223 cod. civ., quale norma richiamata dall’art. 2056 cod. civ.) di una lesione suscettibile di essere risarcita, gli Ermellini hanno ribadito che deve essere oggetto di allegazione e di prova, sebbene a tale ultimo fine possano ben utilizzarsi anche le presunzioni semplici, là dove, proprio in materia di danno causato da diffamazione a mezzo della stampa, idonei parametri di riferimento possono rinvenirsi, tra gli altri, dalla diffusione dello scritto, dalla rilevanza dell’offesa e dalla posizione sociale della vittima (Cass., 25 maggio 2017, n. 13153).

SI PUÒ CRITICARE L’OPERATO DEL FUNZIONARIO PUBBLICO

E, infine, circa le critiche mosse da un cittadino a un funzionario pubblico, i giudici della Cassazione (sez. feriale penale, sentenza n. 43139/17; depositata il 21 settembre) hanno ricordato il principio di diritto secondo il quale i cittadini hanno il diritto di segnalare liberamente alle autorità competenti i comportamenti dei funzionari pubblici che ritengano irregolari o illegali.

Tale principio si attaglia perfettamente al caso sottoposto all’attenzione della Suprema corte, dove il cittadino Tizio aveva denunciato agli organi preposti al controllo dell’azione del funzionario Caio la condotta che questi aveva tenuto, nel trattare una pratica di suo interesse, che appariva, nella fase in cui era stata sporta la denuncia, irregolare, come aveva ex post dimostrato la ritenuta responsabilità dell’ente pur sotto il solo profilo della responsabilità precontrattuale.

Tizio con una lettera inviata al sindaco e al magistrato della Corte dei conti, aveva inteso denunciare una condotta, che aveva ritenuto scorretta, tenuta da un funzionario del comune in una pratica di suo interesse.

Lo stesso aveva utilizzato un linguaggio contenuto, limitandosi a prefigurare che il funzionario non avesse rispettato il suo dovere di imparzialità. Del resto il funzionario pubblico si era prima interessato della pratica per poi dichiarare che intendeva astenersene.

Se è vero che, ex post, il tribunale amministrativo regionale aveva affermato che Tizio non aveva diritto a essere risarcito, lo stesso giudice aveva, nel contempo, affermato che l’ente era incorso in una responsabilità di tipo precontrattuale.

Ne discende che, ferma rimanendo la contenutezza del linguaggio utilizzato nella missiva (peraltro indirizzata proprio agli organi di controllo dell’operato del funzionario la cui condotta si era sottoposta a critica), nella stessa non si erano superati i limiti della pertinenza dell’argomentazione e della verità dei fatti esposti, almeno in relazione alla posizione soggettiva del ricorrente e all’andamento della pratica di suo interesse.

Angelo Costa

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