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Tutte le mosse anti-volatilità

di Vittorio Carlini

La prassi, in Borsa, è piuttosto consolidata: quando una società chiede soldi al mercato il titolo scende. Ieri, dopo la notizia che le banche europee dovranno ri-capitalizzare per 106 miliardi, i titoli finanziari hanno fatto il botto. Ma all'insù, e non all'ingiù. Il segnale che, al di là degli aumenti di capitale (vedere l'analisi in pagina), la road map di Bruxelles sui debiti sovrani è finalmente quella giusta? A una prima lettura la risposta sembrerebbe positiva, tanto che il risparmiatore può essere tentato di salire sul carro dei listini. A ben vedere, però, la situazione è più complicata. Certo, ieri il Ftse Mib, imbottito di titoli bancari, è salito del 5,5 per cento. Tuttavia quello stesso listino, solo martedì scorso, aveva perso l'1%; mentre il venerdì precedente aveva guadagnato il 2,8 e la seduta prima era crollato del 3,8 per cento. Insomma, un sali-scendi da far venire il mal di mare e che induce a prudenza.

L'apertura di credito

«In generale – spiega Mario Spreafico, direttore investimenti di Schroders Italia – il mercato ha voluto convincersi che le indicazioni sul fondo salva-Stati siano la soluzione attesa. Seppure rimangano molte incognite: dai dettagli sul write-off della Grecia alle disposizioni sulle ricapitalizzazioni fino al funzionamento del veicolo che affiancherà l'Efsf». «Resta la sensazione – fa da eco Luca Barillaro, consulente indipendente – di una reazione anche emotiva. Agevolata, forse, dalle ricoperture delle posizioni ribassiste di chi aveva scommesso su un nulla di fatto». In un simile contesto, non stupisce, il leit motive degli esperti: chi è già investito in azioni, con un rischio/rendimento medio, è meglio non decida di sovrappesare l'equity (per adesso). Al contrario, l'investitore che ha diversa liquidità parcheggiata può farci un pensierino. Ma solo se mette in «gioco» una parte di capitale su cui può sopportare eventuali minusvalenze.

Gli alti dividendi

« «Le Borse – «riprende Spreafico – « rimangono difficili. Gli alti e bassi possono susseguirsi, soprattutto nel breve periodo. Al contrario, in un ottica più di lungo, qualche opp o «rtunità esiste». Vale a dire? «Penso ai titoli ad alto dividendo. In particolare, il settore industriale che è stato parecchio penalizzato e, giocoforza, offre un buon rendimento». In tal senso, secondo i dati di Facset, il comparto Industrial goods in Europa è passato da un P/e di 26,2 nel 2009 alla stima di 12 sul 2011, con un dividend yield (sempre sulla fine dell'esercizio corrente) del 3,46 % «. Un trend che, con le debite differenze, si replica anche a Wall Street: l'S&P500 industrial è sceso da un rapporto prezzo/utili di 21 (2009) all'attuale 13,4 (2011) con re n «dimento da cedola del 2,4 per cento. Certo, lo yield medio non è elevato. Tuttavia «, tenendo in conto l'effetto-cambio per gli Usa, è ovvio che bisogna « individuare le giuste società.

Le correlazioni

G Già individuare le giuste aziende, i giusti titoli. «In questo periodo – G ricorda Barillaro – G non è così semplice. In particolare perché gli asset sono tra di loro sempre più correlati, anche nella stessa direzione. L'oro, per esempio, fino a luglio aveva una chiara funzione d i G bene rifugio, con un trend opposto alle Borse. Poi, con le ovvie eccezioni, ha seguito i listini. E la sua funzione di diversificazione del rischio è così diminuita».

Quel rischio che, in G Eurolandia, è spesso monitorato da G molti esperti (e non) attraverso l'analisi di G ogni minimo movimento dello spread BTp-Bund. Il motivo? Individuare l'eventuale pericolo sugli asset finanziari legati all'Italia G. «In realtà – G specifica Emanuale Cecere, analista tecnico di Intesa Sanpaolo – G la vera cartina di tornasole è il decennale francese. Quello è il vero termometro dell'Eurostoxx bancario», e quindi, degli indici tout court. «In tal senso, dal punto di vista tecnico, l'attuale rendimento di 3,14% è un livello piuttosto rischioso. Solamente sotto il 3 % G potremmo avere l'allentamento della tensione. Al contra r Gio, oltre il 3,3% sarebbero di nuovo problemi». Quei problemi che, per ora, le sole scelte di Bruxelles non hanno risolto.
 

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