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Tutele crescenti sopra 15 dipendenti

Il decreto sul contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a tutele crescenti si applica a tutti i datori di lavoro, indipendentemente dalle dimensioni, dal numero di occupati e anche dall’attività esercitata, posto che ne è espressamente prevista l’applicazione anche alle organizzazioni di tendenza. Al suo interno, però, il decreto opera una differenziazione di trattamento per quei datori di lavoro che occupano fino a 15 dipendenti nell’unità produttiva o nell’ambito dello stesso comune, salvo che, pur rimanendo al di sotto di tali limiti, assommino 60 dipendenti complessivi sul territorio nazionale.
La prima significativa differenza assume particolare rilievo perché costituisce un’eccezione al principio secondo cui il decreto si applica solo ai lavoratori assunti dopo la sua entrata in vigore. Infatti il datore di lavoro che, per effetto di nuove assunzioni, superi la fatidica soglia dei 15 dipendenti, applicherà a tutti propri dipendenti, quindi anche ai vecchi assunti, la nuova disciplina. È l’unico caso di applicazione delle nuove disposizioni agli attuali occupati. Proprio per questo, qualcuno ha già prospettato un possibile eccesso di delega, fondato sul fatto che la legge 183/2014 aveva circoscritto l’intervento legislativo delegato ai soli nuovi assunti. D’altra parte si tratta di una disposizione più che opportuna: in mancanza di essa, il superamento della soglia comporterebbe l’applicazione ai vecchi lavoratori dell’articolo 18, con evidente effetto dissuasivo rispetto a nuove assunzioni. La seconda differenza volta a favorire le piccole imprese riguarda la misura dell’indennità prevista quale sanzione per il licenziamento illegittimo, che viene dimezzata. Quindi l’indennizzo ammonterà a una mensilità di retribuzione per ogni anno di servizio (anziché due) in caso di illegittimità del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo (oggettivo o soggettivo), con un minimo di due e un massimo di sei.
È esclusa, con riferimento al licenziamento disciplinare, la possibilità di disporre la reintegrazione, anche nel caso di insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, che comporta nelle imprese di dimensioni maggiori l’applicazione di tale rimedio. Invece, in caso di licenziamento fondato ma affetto da vizi formali (difetto di motivazione) o procedurali (violazione della procedura di contestazione disciplinare), l’indennizzo a carico delle piccole imprese sarà pari a mezza mensilità per anno di servizio, tra un minimo di uno e un massimo di sei.
Mentre i datori di lavoro che superano la soglia dimensionale per effetto di nuove assunzioni applicheranno a tutti i propri dipendenti la medesima disciplina, per le imprese che resteranno sotto il tetto dei 15 dipendenti vi sarà una, sia pur lieve, differenza di tutele in caso di licenziamento illegittimo tra nuovi assunti e attuali occupati. A questi ultimi, infatti, continuerà ad applicarsi il vecchio regime di stabilità obbligatoria, che prevede un indennizzo determinato dal giudice (sulla base di alcuni parametri) tra un minimo di 2,5 è un massimo di sei mensilità. Per tutti, vecchi e nuovi assunti, si applica la reintegrazione in caso di licenziamento discriminatorio, nullo o intimato in forma orale. Sotto questo profilo nulla cambia per le piccole imprese, già in precedenza soggette in questi casi alla “tutela reale”, cioè alla reintegrazione accompagnata dal risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni perdute, con possibilità per il solo lavoratore di optare, in luogo della reintegrazione, per un’indennità sostitutiva di 15 mensilità. Qualche problema potrebbe invece derivare alla piccole imprese da una modifica dell’ultima ora apportata al decreto: lo spostamento della norma sul licenziamento per inidoneità fisica o psichica, che tuttora prevede la reintegrazione, dall’articolo 3 all’articolo 2 del testo. Mentre prima era evidente che tale norma non si applicasse alle piccole imprese, ora la nuova collocazione in un articolo di applicazione universale pone più di un dubbio. Anche le piccole imprese potranno utilizzare, per i licenziamenti, la nuova forma di conciliazione agevolata, successiva al licenziamento, introdotta dal decreto, che prevede la possibilità (non l’obbligo) per il datore di lavoro di offrire al dipendente, in una sede “protetta” e a mezzo assegno circolare, un importo predeterminato esentasse. Se il lavoratore accetta, la questione licenziamento è definitivamente chiusa. Per le piccole imprese, l’importo è dimezzato: mezza mensilità per anno di servizio, con il minimo di uno e il massimo di sei.

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