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Tutela della proprietà: Italia fuori dai big

«Un  passo  avanti.  E  due  indietro».  A  fare  la  sintesi  dello stato dell’arte del nostro Paese nell’annuale  pubblicazione dell’International  Property  Rights Index 2014 (l’indice internazionale  sui  diritti  di  proprietà) — che verrà annunciato  oggi  stesso  a  Washington  e che il Corriere ha potuto leggere in esclusiva — sono gli economisti  di  Competere.eu,  il think thank liberale che ha curato lo studio per l’Italia. In effetti rispetto ai risultati del report sul 2012 siamo passati nel 2013  dal  47esimo  al  40esimo posto. Ed ecco il passo avanti. Ma  solo  perché  alcuni  Paesi sono stati considerati poco attendibili  nelle  classifiche  e, dunque, esclusi. Ed ecco i due passi  indietro.  Lo  studio  realizzato  dalla  Property  Rights Alliance,  misura  come  viene tutelata la proprietà in 97 Paesi che rappresentano complessivamente  più  del  98%  del  Prodotto  interno  lordo  mondiale ed  il  93%  della  popolazione. Per  proprietà  si  intende  tutto, dal  tangibile  all’intangibile. «In Paesi come l’India, dove le donne  spesso  non  possono ancora  acquistare  una  casa, l’indice viene influenzato dalla proprietà  fisica,  in  Italia,  evidentemente,  il  nodo  è  più  la proprietà  intellettuale».  L’indicatore, oltre a questi due fat- tori,  misura  anche  l’ambiente politico e giuridico. Ma al di là della  posizione  relativa  nella classifica  —  che,  comunque, non fa mai piacere — è importante comprendere quali siano le  cause  ma  anche  gli  effetti della difesa della proprietà.  «L’indice  —  ragiona  il  presidente  di  Competere.eu  Pietro  Paganini  —  è  uno  strumento importante per governi e  policy  maker  perché  dimostra  la  relazione  che  esiste  tra tutela  della  proprietà,  innova- zione  e  crescita  economica.  I Paesi  che  crescono  di  più  sono, infatti, primi in innovazione  e  guidano  la  classifica  dell’Ipri.  Se  quindi  vogliamo  tornare  a  crescere  dobbiamo  ine r ve n i r e   i n   m a n i e r a   p i ù determinata  per  favorire  e  tutelare  brevetti  e  marchi  della nostra industria». Tutto  torna,  in  effetti.  La nuova  edizione  2014  contiene uno  studio  sul  caso  specifico italiano  elaborato  dai  rappresentanti dei due think tank ita- liani partner della Property Ri- ghts Alliance: oltre a Paganini c’è il senior fellow dell’Istituto Bruno Leoni (altro think thank che  però  possiamo  definire più  «turboliberista»)  Cesare Galli. L’Italia vede interi settori,  come  quelli  dell’agroalimentare,  del  design  e  della moda,  preda  della  contraffazione  internazionale  e  sono questi gli ingredienti della nostra  posizione  relativa  che  ci vede a pari merito con Giordania e Costa Rica con il punteggio di 6,0, inferiore di solo 0,1 punti rispetto al risultato ottenuto lo scorso anno. L’Italia resta dunque a venti posizioni di distanza sugli altri Paesi  del  G7  e  ancor  più  staccata  dai  Paesi  che  guidano  la classifica  quali  Finlandia  e Svezia.  «Le  piccole  e  medie aziende sono il cuore dell’economia italiana — continua Paganini — e ogni giorno mettono  sul  mercato  prodotti  unici di  grande  qualità,  apprezzati  in tutto il mondo. È il Made in Italy.  Ma  le  imprese,  grandi  e piccole che siano così come le Università,  continuano  a  non concentrarsi  sufficientemente nella  tutela  delle  proprie  invenzioni.  Purtroppo  anche  il sistema  regolamentare  resta debole.  Le  Autorità  di  regolamentazione  si  sono  impegnate per ridurre la contraffazione e  la  pirateria  online,  insieme all’adozione  di  un  insieme  di prassi normative volte a favorire l’innovazione. Resta tuttavia ancora molto da fare, rispetto, per esempio, al Patent Unitary System introdotto dalla Ue per ridurre i costi di registrazione e facilitare l’innovazione».
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