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Tutela del minore insieme alla verità

Nel valutare l’impugnazione del riconoscimento del figlio naturale, concepito con la surrogazione di maternità, il giudice deve sempre mettere sul piatto della bilancia l’interesse alla verità e quello del minore. La Corte costituzionale, con la Sentenza 172 depositata ieri, nega che l’articolo 263 del Codice civile che regola l’azione sia in contrasto con la Carta, in quanto non prevede che l’impugnazione possa essere accolta solo se rispondente all’interesse del figlio minore.
Il giudice delle leggi, infatti, pur sottolineando l’accentuato favore che l’ordinamento accorda alla conformità tra status e realtà della procreazione, esclude che l’accertamento della verità biologica e genetica sia un valore di rilevanza costituzionale assoluta tale da sottrarsi a qualunque bilanciamento. La stessa giurisprudenza della Consulta ha riconosciuto che la verità biologica della procreazione costituisce una componente essenziale dell’identità personale del minore «la quale concorre, insieme ad altre componenti, a definirne il contenuto».
Il giudice deve valutare se l’interesse a far valere la verità di chi propone l’azione prevalga o meno su quello del minore; se l’impugnazione è davvero idonea a realizzarlo; se l’interesse alla verità abbia anche natura pubblica – ad esempio perché relativa a pratiche vietate dalla legge, come la maternità surrogata – e imponga di tutelare l’interesse del minore nei limiti consentiti da tale verità. Per la Corte costituzionale la tecnica dell’”utero in affitto” offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane.
Ci sono dei casi, chiarisce la Consulta, in cui la valutazione comparativa tra gli interessi è fatta direttamente dalla legge, come accade con il divieto di disconoscimento a seguito della fecondazione eterologa; e altri in cui il legislatore impone l’imprescindibile presa d’atto della verità, con divieti come quello della maternità surrogata. Ma questo non fa venire meno l’interesse del minore. Se dunque non è costituzionalmente ammissibile che l’esigenza di verità della filiazione si imponga in modo automatico sull’interesse del minore, va allo stesso modo escluso «che bilanciare quell’esigenza con tale interesse comporti l’automatica cancellazione di una in nome dell’altro».
La regola che il giudice è tenuto ad applicare deve tenere conto di variabili molto più complesse della rigida alternativa tra il vero o il falso.
Oltre alla durata del rapporto che si è instaurato con il minore e la conseguente identità acquisita, oggi sono particolarmente rilevanti sia le modalità di concepimento e della gestazione sia la presenza di strumenti legali che consentano la costituzione di un legame giuridico con il genitore sociale, come l’adozione in casi particolari. Per la Corte costituzionale si tratta di una valutazione comparativa della quale «nel silenzio della legge, fa parte necessariamente la considerazione dell’elevato disvalore che il nostro ordinamento riconnette alla surrogazione di maternità vietata da apposita disposizione penale».

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