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Tsipras spalle al muro Le casse sono vuote, crolla il gettito fiscale

La Grecia di Alexis Tsipras somiglia sempre di più a un vascello pronto a salpare verso acque ignote, ma senza carburante e con una falla in coperta. Mentre i ministri finanziari dell’area euro si incontravano a Lussemburgo, ieri il governo di Atene ha pubblicato i conti dei primi cinque mesi dell’anno. Il messaggio di superficie di quei numeri è che la Grecia, paradossalmente, sta meglio di un anno fa. A una seconda occhiata prende corpo invece un profilo diverso, quello un Paese sull’orlo del tracollo. Tsipras è riuscito a resistere a quattro mesi di negoziati fallimentari solo perché ha imposto ai greci un’austerità più dura (e più cieca) di quella che di fronte all’Europa almeno per adesso sta rifiutando. 
Non ci sono più falsificazioni in quel bilancio: frodi come quelle del 2009 ormai non possono ripetersi, eppure non tutto nei conti di Atene è come appare. Una giovane economista italiana, Silvia Merler del centro studi Bruegel, ogni mese analizza quei dati in rapporti che i negoziatori di Eurolandia leggono con un’attenzione sempre maggiore con l’avvicinarsi del precipizio. E il quadro che emerge, è quello di uno panico velato da una vernice di normalità sempre più logora. Il mese scorso per esempio la spesa pubblica è risultata di quasi 600 milioni di euro al di sotto degli obiettivi. Fatte le proporzioni, è come se il governo italiano in un solo mese risparmiasse cinque milardi più del previsto. Nei primi cinque mesi dell’anno le uscite per la Grecia sono risultate addirittura di due miliardi e mezzo al di sotto di quanto messo in bilancio e la finanza pubblica sembra – almeno a prima vista – pienamente in rotta per chiudere il 2015 con un deficit più basso dell’anno scorso.
Dai dettagli però si avverte che l’intera costruzione sta scricchiolando. La spesa è stata tagliata dal governo di Syriza solo grazie a un vero e proprio default verso l’interno del Paese. Le imprese fornitrici dell’amministrazione quest’anno hanno accumulato arretrati per centinaia di milioni, mentre l’intero bilancio è impegnato quasi solo per pagare le pensioni e gli stipendi degli statali. Nient’altro sembra funzionare, per nient’altro ci sono risorse. Intanto, poiché lo Stato non paga, anche i cittadini si adeguano evitando a loro volta di versare le imposte: solo a maggio le entrate sono crollate di quasi un miliardo rispetto agli obiettivi. Questa lenta spirale dei pagamenti dà la misura di ciò che può accadere tra qualche settimana, se davvero la Grecia diventasse insolvente verso i creditori internazionali. Il governo sarebbe tagliato fuori da qualunque canale di finanziamento estero e i contribuenti farebbero di tutto pur di non pagare altre tasse. Senza accordo in Europa, Tsipras si troverebbe in breve tempo di fronte ad un’alternativa poco invidiabile: abbattere drasticamente la spesa, dato che il governo da ora in poi può solo autofinanziarsi, oppure creare nuovi mezzi di pagamento per far fronte agli impegni. È la via che porta fuori dall’euro. In teoria è la meno ardua, per certi aspetti, ma presuppone una padronanza tecnica che per ora il governo di Syriza non ha dimostrato.
Con due miliardi di risparmi in fuga dalle banche solo negli ultimi tre giorni, la strada per Tsipras ormai è strettissima. Il premier ha sempre detto di volere un accordo al massimo livello, e nei prossimi giorni avrà le ultime possibilità di ottenerlo: lunedì notte al Consiglio dei leader dell’area euro e giovedì a quello dell’Unione europea. Molti sperano che alla fine di uno di quei due vertici, a notte fonda, Tsipras esca dalla sala con un’intesa e cerchi di spiegarla ai greci: non la fine dei sacrifici che aveva promesso, ma il massimo possibile in queste circostanze.
A un accordo del genere si può ancora arrivare, perché sulla sostanza le posizioni non sono troppo distanti. Atene accetta di tenere il bilancio in avanzo prima di pagare gli interessi e su questo la differenza con l’Europa sui prossimi tre anni, in totale, non supera l’1% del Pil. Anche sull’Iva e sul lavoro un’intesa è possibile, benché sulle pensioni le posizioni restino lontane. Ma non è più un problema di merito, perché in gioco è il futuro di una nazione. Senza accordo su un prestito-ponte dall’Europa, all’inizio di luglio le banche saranno chiuse, i greci saranno in piazza e il governo di Syriza probabilmente sull’orlo delle dimissioni. È proprio ciò che qualcuno a Berlino vuole, per poter poi negoziare con un nuovo premier «tecnico». Ma è anche la prospettiva che, in fondo, può ancora spingere anche Tsipras ad accettare ciò di cui da sempre l’Europa vive e prospera: l’arte del compromesso.
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