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Tsipras, meno dissidenti Varoufakis vota per lui L’Fmi insiste sul debito

 IL VERTICE Il premier greco Alexis Tsipras in Aula durante il voto, da sinistra la presidente della Camera Zoe Kostantopoulou e l’ex ministro Yanis Varoufakis che ieri ha espresso un inatteso “sì” al secondo pacchetto di riforme. Alexis Tsipras apre l’ennesimo mese di fuoco per la Grecia. E dopo aver incassato l’ok del Parlamento al secondo pacchetto di riforme (con un inatteso “sì” di Yanis Varoufakis) avvia i negoziati con l’ex-Troika per chiudere entro il 20 agosto – data in cui dovrà rimborsare 3,5 miliardi alla Bce – l’accordo per il terzo piano di salvataggio di Atene. Le trattative iniziano in un clima tutto sommato positivo. Il riassetto del sistema bancario e del codice di procedura civile ha ricevuto in aula il solito plebiscito quasi bulgaro – 230 sì, 63 no, 5 astenuti e due assenti – grazie ai voti dell’opposizione europeista di Nea Demokratia, Pasok e To Potami. Tsipras però è riuscito nell’impresa di tamponare la diaspora dei ribelli di Syriza. Una settimana fa 39 deputati del suo partito si erano messi di traverso ai primi interventi chiesti dalla Troika per riaprire i colloqui in vista del nuovo piano di aiuti da 83 miliardi. Ieri i dissidenti si sono ridotti a 35. E a guidare la schiera dei pentiti è stato l’ex-ministro delle finanze «come segno di sostengo al governo».
Il doppio ok a tempi di record in aula è stato accolto con un sospiro di sollievo alla Ue: «L’approvazione è stata soddisfacente e nei tempi previsti», ha detto il portavoce di Bruxelles dove in molti sperano che il governo “virtuale” di unità nazionale possa consolidarsi e garantire stabilità alla Grecia. I negoziati delle prossime settimane non saranno però facili e a gelare i facili entusiasmi ci ha pensato implacabile l’Fmi: «Il taglio del debito ellenico deve essere una parte integrante del nuovo programma », ha detto il portavoce Gerry Rice complicando la soluzione del rebus di Atene. Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble hanno detto più volte di essere contrari a una riduzione secca dell’esposizione greca ma di non essere disposti a dare nuovi aiuti se il Fondo non sarà della partita. Mettere assieme tutti i pezzi del puzzle non sarà dunque una passeggiata. Quello del debito non sarà l’unico nodo da sciogliere nel prossimo mese. Tsipras ha già detto di non riconoscersi nel programma imposto dall’ex Troika promettendo ai greci di impegnarsi per renderlo meno duro e più socialmente equo nelle prossime settimane.
Il leader di Syriza pare comunque deciso a procedere a vista e per tappe. La prima l’ha portata a casa ieri con un buon risultato: l’ok alle riforme e una frattura nel partito messa in conto, ma non ancora tale da far implodere Parlamento e governo. Così può dedicarsi ora al rush finale per ottenere gli aiuti necessari a evitare il default. Senza i soldi di Ue, Bce e Fmi, Atene non va molto lontana: il bilancio dello stato si è chiuso infatti nei primi sei mesi dell’anno con 3,1 miliardi di avanzo primario, ma questa cifra è figlia dello stop dei pagamenti dello stato (da gennaio sono stati spesi 4 miliardi in meno per welfare e per pagare i fornitori) appena sufficiente per compensare il crollo della raccolta fiscale: nel primo semestre 2015 mancano all’appello 2,3 miliardi di tasse.
Portato a casa anche questo risultato, Tsipras avrà davanti l’ennesima fatica di Ercole: decidere come chiudere la partita interna nel partito – scissione o pace con i dissidenti? – e se, come pare probabilissimo, portare il Paese alle elezioni tra settembre e ottobre per capitalizzare sul consenso di cui, malgrado tutto, gode ancora. A compensare la buona notizia del sì di Varoufakis sul fronte Syriza è arrivato invece lo scontro con Zoe Konstantopoulou, pugnace presidente della Camera e compagna di lotta da sempre del premier, che martedì ha scritto al presidente del Consiglio e a quello della Repubblica definendo «un attacco alla democrazia» il voto sul secondo pacchetto di riforme. I due sfidanti si sono incontrati ieri ma ognuno pare essere rimasto sulle sue posizioni. Lei sostenendo di volere l’unità del partito, lui lasciando intendere di essere quasi pronto a chiederle le dimissioni. Il redde rationem è solo rinviato.
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