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Tsakalotos si presenta a mani vuote La missione impossibile dei «pontieri»

Cautela e diffidenza. Sono i due termini che tornano di più in chi cerca di descrivere il clima in cui si sono svolte le due riunioni, quella dei ministri finanziari e quella dei capi di Stato e di governo dell’eurozona (cioè dei Paesi che hanno adottato la moneta unica), che hanno dovuto riprendere il dialogo con la Grecia, dopo la vittoria schiacciante del a «No» al referendum di domenica scorsa. Cautela e diffidenza perché Atene anche questa volta si è presentata senza proposte scritte e ha promesso che lo farà nelle prossime ore, lasciando sorpresi gli interlocutori che si aspettavano un piano concreto data la situazione drammatica in Grecia, con le banche chiuse e il rischio collasso dell’economia. 
Un faccia a faccia non facile, anche se uno dei protagonisti, il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis che era riuscito a inimicarsi gli altri diciotto ministri, è stato sostituito da Euclid Tsakalotos. Al premier greco Alexis Tsipras non sono stati fatti sconti anche se si è presentato rafforzato politicamente sul fronte interno dall’esito del referendum. Gli hanno fatto capire che un’eventuale uscita dall’euro è sul tavolo se non verranno presentate proposte entro venerdì mattina. Domenica ci sarà il vertice decisivo.
Nei giorni scorsi il presidente francese François Hollande ma anche il ministro delle Finanze Michel Sapin avevano tentato di ricostruire i ponti con Atene dopo che diversi leader europei, a partire dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, avevano indicato il referendum come un voto sulla permanenza o meno nell’eurozona. Ieri sia il presidente Juncker sia il commissario agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, hanno invece ribadito l’impegno a mantenere la Grecia nell’euro. La sua uscita sarebbe «un fallimento collettivo terribile», ha detto Moscovici, ma da Atene servono «proposte concrete e buone» ai partner europei per «riforme credibili, tangibili ed efficaci»: «La palla è ancora nel campo delle autorità greche». Anche per il ministro delle Finanze spagnolo, Luis De Guindos, che corre per la poltrona di presidente dell’Eurogruppo sfidando il falco dell’austerity Jeroen Dijsselbloem, la Grexit è uno scenario che «nessuno vuole» ma ha ricordato che non c’è tempo e che «ogni programma ha delle condizioni, la cosa importante è che si seguano le regole». In sintesi è la posizione italiana che sta dietro alle parole del premier Matteo Renzi: «L’Europa così non va — ha detto —. Mi preoccupa di più il futuro di un’Unione solo economica e non politica che l’emergenza greca che credo si possa risolvere nelle prossime ore». E’ il problema delle regole che l’Unione Europea decide di darsi e di rispettare.
Le posizioni più rigide si sono confermate quelle della Germania e dei Paesi del Nord Europa. La cancelliera tedesca Angela Merkel al suo arrivo al summit è stata diretta: «Dopo la fine del secondo programma di aiuti e dopo il No molto chiaro al referendum non ci sono ancora le condizioni per cominciare oggi le trattative nel quadro del programma Esm».
A spingere sulla necessità politica e non solo economica di una soluzione «pacifica» è stato anche il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha sentito telefonicamente la cancelliera tedesca Merkel, il presidente francese Hollande e il premier greco Tsipras. Ai tre ha sottolineato che «c’è un mutuo e collettivo interesse perché la Grecia resti nella zona euro».

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