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Trust, si naviga ancora a vista e la Cassazione diventa il faro

A quasi trent’anni dalla ratifica della Convenzione dell’Aia del 1° luglio 1985 (in vigore dal 1° gennaio 1992) e dal conseguente riconoscimento in Italia di qualsiasi trust, a prescindere dal luogo di istituzione, l’istituto continua a essere del tutto sprovvisto non solo di una disciplina civilistica ma, altresì, di una puntuale regolamentazione fiscale.
Il trust, come ormai noto anche ai «non addetti ai lavori», è uno strumento di origine anglosassone che consente di separare beni o diritti dal patrimonio personale di un soggetto (settlor), destinandoli alla soddisfazione di specifici interessi meritevoli di tutela dei beneficiari o al raggiungimento di uno scopo determinato, mediante l’affidamento degli stessi a un gestore (trustee) eventualmente controllato da un guardiano (protector).

La necessità, in sede di istituzione in Italia di un trust, di scegliere una legge straniera alla quale affidare la regolamentazione dello stesso, abbinata alla quasi totale assenza di una regolamentazione fiscale, ha costituito e continua a costituire un innegabile deterrente alla diffusione di uno strumento che, a livello mondiale, convoglia quasi il 70% della ricchezza complessiva.

L’attrattività e diffusione di un istituto giuridico, infatti, aumentano non solo in funzione della sua duttilità ma, altresì, della sicurezza e incontestabilità del risultato che con lo stesso si è in grado di perseguire.

L’assenza di personalità giuridica del trust comporta che nei rapporti con i terzi a intervenire è il trustee, come autonoma entità (fisica o giuridica), nella propria funzione di gestore di diritti e obbligazioni relativi al trust fund. Allo stesso modo, i terzi che intendano portare avanti un qualsiasi rapporto, reale od obbligatorio che sia, devono contattare il trustee, sebbene quest’ultimo non sia il legale rappresentante del trust (proprio in quanto questo non esiste come soggetto giuridico). Dalla prospettiva fiscale, se possibile, la situazione è ancora più incerta. Se da un lato, infatti, il legislatore ha riconosciuto al trust soggettività tributaria Ires con la legge finanziaria del 2007, espressamente includendolo nel novero dei soggetti passivi di tale imposta, dal punto di vista della fiscalità indiretta, oggetto precipuo del presente intervento, è stata omessa qualsiasi regolamentazione.

Così, dopo i più eterogenei e variegati orientamenti espressi dalle Commissioni tributarie, è toccato alla Corte di Cassazione, nel descritto scenario di «incertezza del diritto», tramutare la propria funzione nomofilattica in una sostanzialmente nomogenetica.

Appare opportuno, conseguentemente, fare il punto sulla tassazione indiretta del trust alla luce dei principi, sanciti dalla Corte di cassazione nello scorso anno, con i quali i giudici di legittimità hanno finalmente potuto dirimere il contrasto interpretativo creatosi tra gli orientamenti espressi dall’Amministrazione finanziaria, da una parte, e dalle Commissioni tributarie, dall’altra.

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