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Trust, l’imposta della discordia

Corto circuito sulla tassazione indiretta dei trust. L’amministrazione finanziaria continua nella maggior parte dei casi a richiedere al disponente l’imposta di donazione (o successione) sui beni conferiti. Ma la giurisprudenza di merito prevalente dà torto all’Agenzia delle entrate, affermando che il prelievo proporzionale scatta solo al momento dell’effettivo arricchimento patrimoniale del beneficiario, ossia alla scadenza del trust: secondo le commissioni tributarie, le imposte indirette (successione/donazione e ipotecaria e catastale per gli immobili) si applicano in misura fissa. In attesa che si pronunci la Cassazione, chi istituisce un trust si trova quindi davanti a un bivio. O pagare tutto e subito, nonostante la giurisprudenza dica il contrario, o pagare i 200 euro fissi, con la consapevolezza che presto o tardi arriverà un avviso da accertamento da impugnare in contenzioso, probabilmente vincente ma comunque impegnativo e costoso.

«Il problema a monte è che la normativa sulle imposte di donazione e ipocatastali, essendo piuttosto datata, non è idonea a rispondere al meccanismo temporale di un istituto complesso quale il trust», commenta Paolo Gaeta, segretario dell’Anti Campania, «a fronte di queste lacune legislative è normale che si creino divergenze. Tuttavia in un senso o nell’altro dovrebbe esserci uniformità di comportamenti, mentre a oggi gli orientamenti dell’amministrazione finanziaria sono a macchia di leopardo. A Roma per esempio l’atto viene tassato in misura fissa mentre a Napoli no. Uno shopping fiscale su fattispecie identiche che non giova alla certezza del diritto».

Le ragioni in campo sono due. La prima è un’esigenza di cassa dell’erario, finalizzata a evitare che i beni (soprattutto immobili) finiscano in un «freezer fiscale» per un periodo che può arrivare fino a 90 anni. Una tesi che però, secondo le sentenze, non è supportata da una solida base giuridica, in quanto il prelievo proporzionale sarebbe dovuto solo al trasferimento finale dei beni dal trustee ai beneficiari (con un probabile rinvio comunque dell’effettiva tassazione molto avanti negli anni). «Una soluzione di «compromesso» ci sarebbe», osserva Carmine Carlo, presidente di Mpo Trustee, «e potrebbe essere quella di tassare con imposte fisse il trasferimento dal disponente al trustee; applicare l’imposta di successione come acconto sui beni in trust al momento dell’eventuale decesso del disponente, qualora questo avvenisse prima della devoluzione dei beni ai beneficiari (ipotizzando magari un tax credit che potrà essere utilizzato al momento del passaggio definitivo). Infine, qualora la devoluzione dei beni ai beneficiari avvenga prima del decesso del disponente ci sarà la tassazione come imposta di donazione».

C’è anche però chi ritiene che allinearsi all’orientamento dell’Agenzia sia in taluni casi più conveniente. «Nei trust di famiglia, che sono la fattispecie più frequente, pagare subito l’imposta di successione e donazione significa conoscere il valore dei beni e liquidare il tributo senza incertezza», rileva Maurizio Lupoi, presidente dell’associazione Il trust in Italia, «rimandare l’imposizione tra qualche decennio, invece, vuol dire quasi sicuramente pagare di più. Se il trustee opera degli investimenti corretti è fisiologico che i beni aumentino di valore. E comunque nell’arco di 15 o 20 anni l’imposta di successione e donazione potrebbe essere stata modificata, magari allineandosi alle percentuali di altri paesi Ue dove le aliquote sono fino a dieci volte maggiori, così come le franchigie attualmente in vigore».

In ogni caso, fin quando le indicazioni operative fornite dalle Entrate con la circolare n. 3/E del 2008 resteranno valide, la questione continuerà a porsi. «In un’ottica di pianificazione successoria è spiacevole dovere mettere in conto un probabile contenzioso pur avendo valide ragioni per applicare le imposte indirette in misura fissa», commenta Roberto Lenzi, avvocato specializzato in diritto finanziario e consulenza patrimoniale, «il dovere di correttezza impone al professionista di prospettare al cliente questo rischio. In alternativa bisogna valutare se è possibile risolvere il problema del passaggio generazionale con altri strumenti quali fondi patrimoniali o polizze». Meno controversa, invece, la posizione dei trust di garanzia, per i quali l’animus donandi (presupposto delle imposte richieste) più raramente viene riscontrato dal fisco.

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