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Trump: sui dazi intesa con la Cina L’annuncio entusiasma i mercati

NEW YORK — «Siamo MOLTO vicini a un GROSSO ACCORDO con la Cina. Loro lo vogliono e noi anche!». Il tweet di Donald Trump, con i caratteri maiuscoli per enfatizzare l’annuncio, ha diffuso ottimismo a Wall Street, dove il Dow Jones ha guadagnato un altro 0,79%. Lo ha rafforzato un’anticipazione del Wall Street Journal sul tenore dell’accordo: la Casa Bianca avrebbe offerto di dimezzare tutti i dazi esistenti sul made in China in cambio di impegni su forti aumenti di acquisti di prodotti agricoli americani. Il dimezzamento dei dazi riguarderebbe beni importati dalla Cina per un valore annuo di 360 miliardi di dollari. Inoltre la tregua eviterebbe la prossima ondata di dazi, quelli che Trump aveva minacciato di far scattare da questa domenica 15 dicembre: avrebbero colpito beni di consumo prodotti in Cina (tra cui telefonini, computer, giocattoli e vestiti) per un valore di 156 miliardi annui. L’armistizio sarebbe un “regalo di Natale” anticipato, di sicuro molto gradito ai mercati, alla grande distribuzione, alle multinazionali di ambedue i paesi. Pechino, se accetta la proposta, metterebbe nero su bianco l’impegno ad acquistare dai 40 ai 50 miliardi di dollari di derrate agroalimentare come soia, cereali, carni. Una manna dal cielo per gli agricoltori del Midwest, constituency elettorale del partito repubblicano, che finora nella guerra dei dazi hanno subito pesanti ritorsioni cinesi (anche se il governo federale li ha parzialmente indennizzati). Non tutto è certo, anche se l’annuncio via Twitter da parte del presidente degli Stati Uniti ieri ha generato un solido ottimismo. Da Pechino continuano ad arrivare riserve sul fatto di mettere per iscritto una promessa così impegnativa. Tra l’altro ufficializzare una decisione di acquisto di 40 o 50 miliardi di prodotti agricoli non è conforme alle regole della World Trade Organization (Wto), il tribunale del commercio mondiale. Questa è un’obiezione probabilmente più tattica che sostanziale, perché nell’ultimo biennio sia Trump sia Xi Jinping hanno contribuito a depotenziare il Wto. Resta il fatto che per moltiplicare gli acquisti di derrate agroalimentari dagli Stati Uniti, il governo cinese inevitabilmente farebbe un torto a grossi fornitori come Australia, Nuova Zelanda, Brasile, Argentina, Canada. Ad irritare maggiormente i cinesi ci sono altri dettagli dell’accordo, così come viene anticipato dalle indiscrezioni americane. I negoziatori di Trump – Robert Lighthizer e Peter Navarro – sembrano determinati a non ripetere errori e ingenuità del passato, quando i governi cinesi disattesero le promesse. Stavolta nell’accordo ci sarebbe una clausola- castigo: i dazi verrebbero ripristinati automaticamente in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi. Gli impegni sulle importazioni agricole dovrebbero essere dettagliati, con quantità e date. Infine gli americani vogliono introdurre impegni su altre concessioni future da parte della Cina: migliori protezioni sulla proprietà intellettuale, tagli ai sussidi pubblici. Quest’ultima parte è la più delicata, è proprio quella su cui Xi Jinping s’irrigidì a maggio e fece saltare una prima ipotesi d’accordo. La Cina sotto la presidenza di Xi si è mossa nella direzione opposta ai desideri degli americani, cioè ha aumentato anziché ridurre il proprio protezionismo, i sussidi e le discriminazioni sistematiche in favore dei “campioni nazionali”. Questo è coerente con l’obiettivo di conquistare la supremazia mondiale nelle tecnologie avanzate, e di accelerare la transizione della Cina verso produzioni ad alto valore aggiunto. Mentre le concessioni sull’import agricolo non comportano modifiche nella strategia di Pechino, gli altri temi vanno al cuore della visione di Xi. Sul versante americano, i “falchi” dell’amministrazione temono che il presidente si privi del suo maggiore strumento di pressione. Un dimezzamento generalizzato dei dazi (oltre alla rinuncia agli aumenti che scatterebbero domenica) li farebbe tornare a livelli accettabili per i cinesi, che potrebbero guadagnare tempo e puntare sullo stallo di tutti gli altri negoziati. Trump rischierebbe di esporsi alle accuse dei democratici durante la campagna elettorale. Fino a qualche mese fa la critica prevalente contro Trump gli rinfacciava un protezionismo auto-lesionista: ma lo shock inflazionistico previsto dalla maggioranza degli economisti non è avvenuto. Ora i democratici sono più duri del presidente con la Cina, e pronti a denunciarlo se concede troppo.

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