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Trump riapre la guerra dei dazi

ROMA Nella lista questa volta ci sono anche olio, vino e caffè prodotti in Italia. Un nuovo capitolo della guerra dei dazi tra Stati Uniti e Europa rischia di pesare sulle filiere agroalimentari italiane, aggravando gli effetti dei balzelli già introdotti dall’amministrazione Trump su alcuni prodotti made in Italy nell’autunno scorso. Ieri il Dipartimento del commercio statunitense ha reso noto l’elenco dei prodotti europei e dei paesi che potrebbero essere colpiti da un aumento dei dazi. Nella lista figurano il vino, l’olio e la pasta, oltre ad alcuni tipi di biscotti e di caffè italiani esportati oltreoceano, un commercio che vale circa 3 miliardi di euro di export. L’ufficializzazione della lista dei prodotti sara seguita a partire da oggi dalla procedura pubblica di consultazione per la revisione sia delle tariffe da applicare, sia della lista di prodotti europei da sottoporre a dazi addizionali.

Coldiretti e Confagricoltura hanno già lanciato l’allarme, paventando aumenti fino al 100%. In ballo ci sono alcune produzioni simbolo del made in Italy e i dazi aggiuntivi entrati in vigore lo scorso ottobre su beni come il parmigiano reggiano e il prosciutto cotto hanno colpito le specialità italiane con un aggravio di mezzo miliardo di euro. Coldiretti ricorda in una nota che «l’export agroalimentare in Usa nel 2019 è stato pari a 4,7 miliardi». I dati sulle esportazioni segnalano che il vino «vale oltre 1,5 miliardi di euro, confermandosi il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States».

Oltre al susseguirsi di appelli al governo, affinché scongiuri una mano pesante da parte americana resta la sensazione da parte delle aziende italiane di subire un danno ingiustificato: a innescare la guerra commerciale dei dazi è stata la disputa tra l’americana Boeing e il consorzio europeo Airbus, un progetto quest’ultimo a trazione franco-tedesco e con un ruolo marginale dell’Italia.

Liquidità

Eurotower: aste di rifinanziamento in euro per le banche centrali di tutto il mondo

Intanto la giornata di ieri registra la mossa della Bce per consentire alle banche centrali di disporre di linee di rifinanziamento precauzionali in euro fuori dall’eurozona. Lo scenario innescato dall’emergenza Covid e dal rallentamento dell’economia è la ragione che ha spinto il consiglio direttivo della Bce ad attivare un nuovo strumento di cosidetto backstop, le aste di rifinanziamento dell’eurosistema per banche centrali. Uno strumento, come spiegato dall’Eurotower, che dovrà soddisfare eventuali necessità di liquidità in euro nel caso la pandemia generi malfunzionamenti del mercato. Il progetto stabilisce che l’eurosistema fornisca liquidità in euro alle banche centrali, al di fuori dell’eurozona, a fronte di titoli di debito, denominati in euro. La scelta della Bce mira a consolidare il ruolo dell’euro come valuta globale, in alternativa al dollaro.

C’è poi una novità sul fronte del contenzioso tra la corte costituzionale tedesca e il governo di Berlino, quest’ultimo «reo» di non avere adeguatamente presidiato sui programmi di quantitative easing, varati dalla Bce a partire dal 2015. La Bce fornirà documenti confidenziali alle autorità tedesche per disinnescare il parere con cui l’alta corte tedesca rischia di mettere in crisi lo stesso programma Qe. «Abbiamo trovato una soluzione pragmatica e ragionevole» alla controversia con la Corte costituzionale federale tedesca, ha dichiarato al giornale Handelsblatt il governatore della Banca di Finlandia e membro del consiglio direttivo della Bce, Olli Rehn.

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