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Trump non scalda la Borsa, dollaro più debole

I mercati pesano gli aspetti positivi (stimoli fiscali) e quelli negativi (protezionismo) della nuova era Usa
Il super-dollaro continua a perdere quota. Dai picchi di inizio anno il biglietto verde ha perso il 3% nei confronti delle sei più importanti valute del pianeta (contabilizzate nell’andamento del dollar index). Con il ribasso di ieri (-0,5%) il dollaro è tornato sui livelli di fine novembre.
Poco a poco la divisa Usa (considerata dagli investitori la valuta globale di ultima istanza) sta erodendo il +8% messo a segno dall’8 novembre (il giorno dalla vittoria di Trump alle presidenziali Usa) al 6 gennaio. Da allora sono iniziate le vendite. Il recente apprezzamento dell’euro – che ieri ha chiuso oltre 1,07 quando a inizio anno era sprofondato sotto 1,03 – è quindi da ascriversi al generale movimento di ritracciamento del dollaro, più che a fattori endogeni dell’Eurozona.
Ironia della sorte: se lo strappo rialzista del dollaro è stato legato alla vittoria di Trump, e alle sue promesse di aumentare il deficit e di ridurre la tassazione alle imprese che rimpatriano capitali, ora sono proprio le politiche promesse da Trump a far ritracciare il biglietto verde. È come se gli investitori si siano inizialmente concentrati sul bicchiere mezzo pieno (reflazione da politiche fiscali espansive) mentre ora stiano passando a valutare l’opzione del bicchiere mezzo vuoto (protezionismo). In effetti, i continui richiami alla chiusura delle frontiere per difendere il mercato interno Usa preoccupano per i possibili effetti negativi sul commercio mondiale e sulla crescita globale. Del resto, che il 45esimo presidente degli Usa non stia scherzando lo si è capito quando ieri ha firmato un ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dalla Trans-Pacific Partnership, l’accordo di libero scambio voluto dal suo predecessore Barack Obama e undici Paesi affacciati sul Pacifico. Inoltre, incontrando alla Casa Bianca alcuni esponenti di rilievo del settore manifatturiero americano, Trump ha promesso che ridurrà regole e tasse per le imprese, mettendo in chiaro però che ci saranno penalizzazioni per coloro che sposteranno la produzione fuori dal Paese. Mosse de-globalizzanti. E non è un caso se ieri a soffrire di più sono stati i titoli di alcune multinazionali.
Anche Wall Street sembra riflettere le due facce di Trump, dottor Jekyll in politica fiscale e signor Hyde quanto a globalizzazione. Dal massimo storico segnato nel giorno dell’Epifania, l’indice S&P 500 si è allontanato di un punto percentuale. E sembra – in questa fase laterale che coinvolge anche Borse europee ed asiatiche – aver perso forza.
Dai massimi di inizio anno Piazza Affari ha ceduto il 2% (ieri -0,78%). Un movimento speculare alla media dei listini continentali. È evidente che molti gestori stanno portando a casa un po’ dei profitti accumulati nel rally di fine 2016. Ma è anche evidente che al momento manca un driver, un forte traino che dia ulteriore linfa rialzista all’azionario.
Finora la spinta più forte è arrivata dalla rotazione di portafoglio dai bond verso l’equity. Una rotazione stimolata proprio dall’attuale fase di debolezza del mercato obbligazionario mondiale, con tassi in rialzo un po’ dappertutto per via del processo di reflazione in atto.
Il processo di reflazione dipende però dalla possibilità effettiva che Trump riesca ad avere l’ok dal Congresso ad attuare le forti politiche fiscali espansive promesse (deficit/Pil medio annuo al 6%, esattamente il doppio di quanto stabilito dai parametri di Maastricht per i Paesi europei). Non tutti gli investitori sono convinti che Trump avrà vita facile in questo. Ed ecco perché anche sui bond governativi da qualche seduta a questa parte è aumentata la volatilità. Ieri sono tornati gli acquisti e i rendimenti (che si muovono in direzione opposta ai prezzi) hanno sofferto. I tassi dei T-bond Usa con scadenza 10 anni sono scivolati dal 2,47% al 2,39%. Speculare l’andamento del Bund che ha visto pure il tasso scendere di 8 basis point (dallo 0,42% allo 0,36%). I BTp italiani sono tornati sotto la soglia del 2% (1,99%).
Nel bene e nel male l’andamento dei prossimi mesi delle principali classi di investimento (valute, borse e obbligazioni) dipenderà da che lato della bilancia penderanno le politiche che Trump via via attuerà.

Vito Lops

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