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Trump minaccia dazi contro la web tax. Rischia anche l’Italia

NEW YORK — Argentina e Brasile, Francia e Italia, più naturalmente la Cina: la guerra dei dazi rimbalza e riparte alla grande, su più fronti. Donald Trump minaccia rappresaglie a 360 gradi, ma a sua volta deve gestire un fronte interno con i democratici, più protezionisti di lui. La novità che fa tremare due fra le maggiori economie sudamericane, arriva via twitter. Trump accusa Argentina e Brasile di praticare svalutazioni competitive massicce, che «danneggiano i nostri agricoltori». Annuncia il «ripristino immediato» dei dazi su acciaio e alluminio. Si tratta di quelle tasse doganali (25% sull’acciaio e 10% sull’alluminio) che furono le prime ad essere varate da questo presidente, nel 2018. Colpirono Unione europea, Cina e altri produttori. Argentina e Brasile all’epoca riuscirono a negoziare un’esenzione. Trump ora gliela toglie per punirli di quella che considera concorrenza sleale in un altro settore, l’agricoltura.
È vero che Brasile e Argentina stanno sostituendosi agli esportatori Usa sul mercato cinese, il più importante del mondo. Per rappresaglia contro i dazi Usa sul made in China , Xi Jinping ha chiuso il suo mercato alle derrate agricole statunitensi e ha dirottato soprattutto verso il Sudamerica i suoi approvvigionamenti. Il Brasile dall’inizio dell’anno ha fornito il 77% degli acquisti cinesi di soia; dall’Argentina sono partiti i primi convogli navali di carne suina congelata. Che ci sia una sostituzione ai danni degli agricoltori Usa — serbatoio di voti repubblicani — è indiscutibile; molto fragile invece è l’accusa sulla svalutazione competitiva. Il peso argentino è crollato perché il paese è in default, ha un’inflazione del 55%, ed è sotto salvataggio del Fondo monetario internazionale. Anche in Brasile la svalutazione è provocata dalla sfiducia degli investitori, non da manipolazioni del governo o della banca centrale.
Il nuovo fronte contro l’Europa è sempre all’insegna della rappresaglia, stavolta contro la digital tax. Anzitutto è nel mirino quella francese, un prelievo del 3% sul fatturato delle aziende digitali realizzato sul territorio transalpino. La tassa è entrata in vigore da luglio e secondo l’Amministrazione Trump è palesemente discriminatoria: colpisce di fatto solo aziende americane come Apple e Google. Donde la decisione di rivalersi sulle aziende francesi, tassando con aliquota al 100% 2,4 miliardi di importazioni: vini, formaggi, borse e accessori di lusso. Non è un colpo durissimo visto che l’import di prodotti made in France negli Usa vale venti volte tanto. Comunque l’Italia è la prossima nel mirino, avendo a sua volta una digital tax giudicata punitiva. Si attende la lista di prodotti italiani a rischio di dazi; sempre che le parti non riescano a negoziare una soluzione.
Tutto questo non deve far dimenticare la guerra commerciale più grave di tutte, quella con la Cina. Trump dopo aver firmato la legge sulle sanzioni per la repressione di Hong Kong, incassa un nuovo deterioramento nelle relazioni bilaterali. Ma dice che non gliene importa molto: è pronto a rinviare l’accordo con la Cina a dopo le elezioni del novembre 2020. Bluff o realtà, sta di fatto che i mercati ieri registravano l’allontanamento della tregua fra le due superpotenze. Ora si fa concreto il rischio che scattino i nuovi dazi automatici entro Natale, colpendo fino a 360 miliardi di importazioni annue cinesi.
Il riferimento all’elezione presidenziale non deve rassicurare i cinesi. Il clima protezionista ormai è bipartisan. La prova si ha nel dibattito parlamentare sulla ratifica del nuovo Nafta, l’accordo di libero scambio rivisto e corretto con Canada e Messico. Trump vi ha inserito clausole in difesa dei lavoratori Usa, ma per i democratici non bastano: ormai la tradizione neoliberista di Bill Clinton (e in parte Barack Obama) è un ricordo anche a sinistra.

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