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Trump incriminato

NEW YORK — Il giorno più lungo di President Trump è riassunto da Nancy Pelosi in una sola frase: «È una minaccia alla democrazia». Sono da poco passate le dodici quando la leader dem apre «solennemente e tristemente » il lungo dibattito sull’impeachment che precedere il voto d’approvazione, arrivato quando in America è sera, e da noi già notte fonda. «Trump ha violato la Costituzione, abusando dei suoi poteri per ottenere benefici personali a spese della sicurezza nazionale», dice la speaker, avviando la discussione sui due capi di imputazione. Il presidente accusato di abuso di potere per aver pressato il leader ucraino Volodymyr Zelensky, affinché aprisse un’inchiesta sui Joe Biden, in cambio di 391 milioni di dollari in aiuti militari già varati. E di ostruzione al Congresso: per aver intralciato l’inchiesta. È con 231 voti favorevoli e 199 contrari – i repubblicani più i dem Collin Petterson e Jeff Van Drew, il deputato del New Jersey che ha già annunciato di voler cambiare casacca – che Trump diventa il terzo presidente impicciato d’America: dopo Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998 (Nixon si dimise prima). La palla passa ora al Senato: anche se alcuni deputati stanno facendo pressione affinché Pelosi ritardi l’invio per costringere i repubblicani ad accetteranno nuovi testimoni in fase processuale.
«Di questa giornata leggerete nei libri di storia» dice il democratico Joe Kennedy, il nipote di Bob e Jfk, leggendo in aula una lettera scritta ai suoi figli. «Voto per incriminare il presidente colpevole di aver abusato del ruolo più sacro, usare il potere contro il suo popolo» spiega. «Ponzio Pilato si è comportato meglio di voi con Trump» accusa il repubblicano della Georgia Barry Loudermilk, paragonare addirittura il presidente con Gesù. «Ma lui ha avuto l’opportunità negata a Cristo di presentarsi a testimoniare» gli risponde il capo della commissione giustizia Jerry Nadler, che poi attacca il repubblicano texano Louie Gohmert: «Non si fa propaganda russa in quest’aula». Scatenando una bagarre che culminata con i Rep a osservare un minuto di silenzio, «per 63 milioni di americani oggi messi a tacere».
È una maratona scandita dai volti (serissimi, secondo precise indicazioni di Pelosi) dei deputati democratici e repubblicani intenti ad annunciare le loro intenzioni di voto a favor di telecamere, quella che per più di 6 ore incolla alla tv una nazione divisa. Quasi per niente scalfita dall’impeachment: con il 47% degli americani a sostenerlo e il 47 contrario, secondo dati del FiveThirtyEight. E pazienza se da Boston a San Francisco, 200 mila persone sono scese in piazza per chiedere la messa in stato d’accusa di colui che chiamano “Criminal-in-Chief”: il gradimento del presidente, che in una lettera a Pelosi ha definito la faccenda «fazioso tentativo di colpo di stato » è in ascesa. Su dal 39 al 49 per cento. Barricato alla Casa Bianca, Trump twitta rabbioso: «Quello di Pelosi passerà alla storia come un attacco all’America». Ma alla fine del suo giorno più lungo è proprio lei a spedirlo sui libri di Storia.
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