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Trump-Biden la battaglia degli Stati in bilico

NEW YORK —È stata una notte elettorale in testa a testa fra Donald Trump e Joe Biden. La battaglia si è concentrata di nuovo sugli Stati contesi del Midwest, la Rust Belt industriale, proprio quella che aveva tradito Hillary Clinton e mandato Trump alla Casa Bianca quattro anni fa. Ohio, Pennsylvania, Michigan, Wisconsin sono tornati ad essere l’epicentro della sfida, con qualche aggiunta come North Carolina e Arizona. Ma il terreno di battaglia decisivo è la regione dei Grandi Laghi o Upper Midwest, più la Pennsylvania che prolunga l’area della vecchia industria fino alla costa Est con Philadelphia. Non c’è stata quella Blue Wave, ondata blu, che i democratici sognavano per spazzare via il presidente in carica: niente maremoto, bensì una gara ravvicinata, al cardiopalmo, con possibili tempi supplementari legati agli arrivi ritardati delle schede spedite per posta. Non c’è stata quella travolgente avanzata della sinistra che avrebbe dovuto concludere la carriera politica del capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, regolarmente rieletto. Invece dello tsunami di voti blu – il colore dei democratici in America – si è tornati a un classico thriller, scontro all’ultimo voto. Con tante delusioni per i democratici: i sondaggi inaffidabili anche stavolta; la comunità ispanica molto più trumpiana del previsto è costata la Florida. Biden si è trovato a giocare tutta la sua credibilità nel recupero del voto operaio, un’operazione difensiva, la ricostruzione di quel Muro Blu anti-Trump che era franato nel 2016.
E alla fine quel recupero di consensi democratici nel mondo del lavoro si è giocato fra due temi: Covid e recessione. La rimonta di Trump, che negli ultimi giorni ha fatto fino a cinque comizi al giorno, molti dei quali nel Midwest, è stata all’insegna di una priorità: riaprire il paese, evitare i lockdown prolungati, rilanciare la crescita. Lo ha aiutato un dato di venerdì scorso, il +33% del Pil nel terzo trimestre, un rimbalzo prevedibile ma comunque vigoroso. L’economia resta il terreno sul quale una leggera maggioranza di americani considera Trump più efficace dell’avversario.
In una elezione storica per la democrazia americana, la partecipazione dei cittadini ha polverizzato i record da oltre un secolo. Più di cento milioni avevano depositato o spedito la scheda nei giorni precedenti; alla fine l’affluenza ha raggiunto i 160 milioni, il 67% degli aventi diritto. Per un paese abituato a eleggere i suoi presidenti e il Congresso con un’affluenza di poco superiore alla metà degli aventi diritto, è stata una prova eccezionale, la conferma di un’elezione “sentita” come non mai. E questo nonostante il pericolo-Covid, i rischi di contagio nei seggi, le regole sul distanziamento che hanno creato da diversi giorni uno spettacolo inedito, code di molte ore davanti ai seggi elettorali in tutti i 50 Stati.
Trump twitta: stiamo andando bene ovunque. Biden replica: il Paese vota per il cambiamento. La mobilitazione altissima sembra avere coinvolto i due lati dello schieramento politico, sia democratici che repubblicani, stando ai primi dati. Questa partecipazione eccezionale ha concluso una campagna anch’essa unica nella storia. L’Election Day 2020 è giunto al termine di quattro anni del “terremoto Donald Trump”, dopo la vittoria elettorale a sorpresa del 2016, poi una presidenza che ha sconquassato tutte le regole della tradizione, del galateo istituzionale, del politically correct. Trump ha cambiato l’immagine della presidenza, oltre che la posizione degli Stati Uniti nel mondo. Per i primi tre anni aveva incassato successi sul fronte economico e realizzato molte delle sue promesse (dazi alla Cina, restrizioni all’immigrazioni). Poi il 2020 ha di nuovo rivoluzionato tutto.
All’inizio dell’anno la campagna elettorale sembrava segnata dall’impeachment, solo il terzo nella storia. Poi è arrivato il coronavirus, che ad oggi ha fatto più di 230.000 morti negli Stati Uniti, attirando critiche sull’inadeguatezza della risposta governativa. I lockdown hanno paralizzato l’economia piombandola nella più grave recessione dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. A fine maggio un altro shock è arrivato con la brutale uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto bianco: sono seguite proteste di massa, alcune degenerate in violenti saccheggi. A quel punto il tema della campagna sembrava diventato il razzismo per la sinistra, l’ordine pubblico per la destra. Poi è sopraggiunta la seconda ondata del Covid e tra i contagiati illustri c’è stato lo stesso presidente. Rapida guarigione, e Trump-Superman ha rilanciato uno dei suoi temi preferiti: dal virus si guarisce, dalla depressione economica no, guai a chiudere la nazione intera.
L’Election Day ha concluso una partecipazione spalmata su oltre due settimane, visto che molti Stati avevano aperto i seggi con largo anticipo. Questa giornata eccezionale è giunta al termine di una campagna altrettanto anomala per altre ragioni. La corsa per la Casa Bianca ha visto come protagonisti due ultra-settantenni bianchi e anglosassoni, dopo un presidente afro-americano e una quasi-presidente donna. Joe Biden ha concluso una carriera politica di 47 anni, segnata da tragedie familiari e da molteplici sconfitte politiche. La sua candidatura sembrava affondata all’inizio dell’anno. L’ala radicale si è rassegnata, quando a sostenere Biden è sceso in campo l’elettorato afroamericano del Sud, molto più moderato di Black Lives Matter. Biden ha fatto una campagna centrista, all’insegna della moderazione, rifiutando di concedere a Trump la difesa dell’ordine pubblico. È andato all’attacco sulla gestione del coronavirus, ma si è tenuto distante dai piani di riforme più radicali.

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