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Truffa e crac del Credito cooperativo Per Verdini condanna a nove anni

Colpevole. Di bancarotta fraudolenta, per il fallimento del Credito cooperativo fiorentino (di cui è stato presidente dal 1990 al 2010), e di truffa, per aver sottratto con complicati raggiri un fiume di denaro allo Stato (provvidenze per l’editoria) che ora chiede 42 milioni di danni.

Denis Verdini, senatore di Ala, una delle figure di politico e imprenditore più discusse nella storia della Seconda Repubblica, ieri è stato condannato in primo grado dal tribunale di Firenze a 9 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Con lui sono state condannate a vario titolo altre venti persone su 34 imputati (all’inizio erano 45). Tra questi i costruttori pratesi Riccardo Fusi (già condannato per l’inchiesta sulla «cricca» degli appalti per la costruzione della Scuola Marescialli di Firenze) e Roberto Bartolomei (5 anni e 6 mesi), il deputato di Ala, Massimo Parisi (due anni e sei mesi) e il principe Girolamo Strozzi, presidente della società che editava Il Giornale della Toscana .

Caduta invece l’ipotesi dell’associazione per delinquere richiesta dall’accusa. Che per Verdini si era battuta per una pena di 11 anni e aveva chiesto 9 anni di carcere per i costruttori Fusi e Bartolomei e sei anni per Massimo Parisi.

La sentenza è arrivata ieri dopo una settimana di camera di consiglio, una requisitoria record di cinque giorni, settanta udienze, 3.650 pagine di atti processuali. Il collegio, presieduto dal giudice Mario Profeta, ha accolto la teoria dell’accusa, sostenuta dai pm Luca Turco e Giuseppina Mione. Cioè quella dell’esistenza di un sistema per concedere prestiti agli amici, favorendo società fallite, che avrebbe svuotato il patrimonio del Credito cooperativo fiorentino, una banca centenaria considerata in passato un gioiello.

Non solo: l’istituto bancario sarebbe stato al centro di un giro di fatturazioni tra varie società per ottenere i milionari contributi per l’editoria di alcune società editrici di giornali locali, tra i quali il Giornale della Toscana , poi chiuso.

Secondo i pm il dominus era Verdini. Che usava il Credito cooperativo «come un bancomat personale per concedere prestiti e finanziamenti, anche sulla base di contratti di compravendita di immobili ritenuti fittizi agli amici», in particolar modo ai costruttori Bartolomei e Fusi alla costante e disperata ricerca di soldi.

Insomma, l’esempio di un rapporto malato tra imprese e sistema bancario. Il Credito cooperativo era diventato «la banca del presidente», e i sindaci revisori, che mai si opponevano alle sue decisioni, altri non erano che «tutti gli uomini del presidente», ovvero di Denis Verdini. Così come erano atipiche le imprese editoriali studiate «per ottenere contributi pubblici», quelli appunto delle provvidenze sull’editoria considerate illegali.

La difesa di Verdini, sostenuta dagli avvocati Franco Coppi ed Ester Molinaro, ha parlato di processo mediatico viziato da pregiudizi («È bastato il nome di Verdini, purtroppo, per la colpevolezza») e hanno annunciato appello. «Verdini è assolutamente innocente — ha spiegato l’avvocato Molinaro — già è stato dimostrato che non c’è stata associazione, in secondo grado dimostreremo l’estraneità alle accuse». Sconcertato il costruttore Riccardo Fusi: «È una sentenza, dimostrerò in Appello che sono innocente».

Marco Gasperetti

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