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Troppi processi penali: oltre il 60% finisce archiviato

Sono centinaia di migliaia i procedimenti penali che si chiudono dopo le indagini preliminari, senza andare a giudizio. Le archiviazioni rappresentano infatti oltre il 60% dei fascicoli “definiti” dai giudici delle indagini preliminari e dell’udienza preliminare (Gip e Gup) chiamati a decidere sul destino dei procedimenti usciti dalle Procure. Solo una minoranza viene decisa nel merito o rinviata a giudizio. E la distanza si è accentuata nell’anno del Covid. Nel 2020, su 600mila procedimenti definiti, 390mila sono stati archiviati: più del 65 per cento.

Insieme con la crescita dell’arretrato che nel 2020 ha ripreso ad aumentare (+3,1% rispetto al 2019), il numero monstre di archiviazioni è un sintomo delle difficoltà della giustizia penale, che si sono aggravate con la sospensione delle udienze della primavera 2020 e la successiva riduzione dell’attività in presenza imposta dalle prescrizioni sanitarie, non sostituita, se non in parte, da alternative digitali.

A soffrire di più (+5,3% di pendenze) è il tribunale monocratico che decide sui reati meno gravi ma più diffusi, come furti, truffe, risse, spaccio. E con la pandemia sono salite anche le durate medie dei processi, arrivate nel 2020 a 684 giorni di fronte al tribunale monocratico (+13,1% sul 2019) e a 727 giorni di fronte a quello collegiale (+9,8%).

È questo lo scenario che attende la riforma del processo penale, che punta a processi più rapidi ed efficienti: le proposte della commissione voluta dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, e guidata da Giorgio Lattanzi, trasfuse in emendamenti, saranno presentate nei prossimi giorni al disegno di legge delega varato quando alla guida della Giustizia c’era Alfonso Bonafede e ora all’esame della commissione Giustizia della Camera.

Le archiviazioni

L’alto numero di procedimenti archiviati ha più ragioni. Ma racconta per certo che negli uffici giudiziari arriva una massa di notizie di reato che non sono fondate o che comunque il sistema non ha le forze per perseguire.

Tanto che negli anni sono stati varati provvedimenti per portare fuori dall’area del penale alcuni illeciti. «Oggi vediamo gli effetti della riforma della tenuità del fatto, che ha escluso la punibilità dei reati quando l’offesa è particolarmente lieve, e delle depenalizzazioni», spiega il presidente del Tribunale di Udine, Paolo Corder.

La pandemia ha contribuito a far salire la quota di archiviazioni sul totale dei procedimenti definiti perché «nel 2020, mentre le udienze ordinarie sono diminuite, i Gip hanno continuato a emettere i decreti di archiviazione, per cui non serve l’udienza», osserva la presidente del Tribunale di Savona, Lorena Canaparo.

Anche a Livorno «durante il periodo di sospensione delle udienze i Gip hanno smaltito l’arretrato di archiviazioni», conferma il presidente delle sezioni penali dibattimento e Gip, Gianmarco Marinai: «Ma c’è anche un tema di risorse – ammonisce -: le definizioni hanno avuto un picco nel 2018 perché avevamo un Gip applicato in più».

A far crescere le archiviazioni sono state anche le iniziative di razionalizzazione della gestione dei procedimenti avviate dagli uffici per risolvere il nodo dell’eccessivo numero di fascicoli che dalle procure arrivano ai giudici di primo grado. Una strada è stata quella di individuare procedimenti da trattare in via prioritaria aggiuntivi rispetto a quelli previsti dalla legge, come ad esempio i reati da codice rosso.

Le scelte dei giudici

Nel distretto di Brescia le linee guida siglate da tribunali e procure operano dal 2017. «Siamo partiti dal fatto che troppi processi (il 30-40%) si chiudevano con un’assoluzione – spiega il presidente del Tribunale di Brescia, Vittorio Masia -. Abbiamo quindi rivisto, insieme con le procure, le modalità di esercizio dell’azione penale e fissato priorità nella selezione dei processi, come indicato dal Csm. L’aumento delle archiviazioni è in linea con questa scelta: è uno strumento deflattivo ma anche selettivo perché richiede una più attenta verifica dei presupposti dell’azione penale».

A un’intesa che permetta la definizione anticipata di alcune tipologie di procedimenti punta la presidente del Tribunale di Napoli, Elisabetta Garzo, soprattutto per far fronte all’arretrato che grava sul giudice monocratico: «Pendono quasi 36 mila procedimenti, un carico ingestibile – dice Garzo -. La pandemia e le restrizioni hanno dimezzato le trattazioni e inasprito una situazione già molto difficile. Sarebbe necessario che il legislatore depenalizzasse i reati minori. Nel frattempo, con l’accordo della procura e degli avvocati potremmo individuare quei procedimenti relativi ai reati di non particolare allarme sociale per i quali sia possibile procedere a un proscioglimento anticipato e quelli prossimi alla prescrizione».

A Torino nel 2006 «è stata creata una sezione dedicata ai procedimenti a citazione diretta per dare più fiato al dibattimento», racconta il presidente della sezione, Modestino Villani: sono quelli inviati direttamente dalla procura, senza udienza preliminare, e riguardano i reati minori, puniti con la reclusione fino a quattro anni, ma molto numerosi. «Seguiamo dei criteri di priorità: nella prima fascia ci sono, ad esempio, i procedimenti che coinvolgono i detenuti, che riusciamo a fissare a distanza di cinque mesi, gli infortuni sul lavoro, le lesioni stradali e i reati previsti dal Testo unico sull’immigrazione. Restano in coda, ad esempio, le piccole truffe e i processi prossimi alla prescrizione».

La mole di archiviazioni, secondo Gian Domenica Caiazza, presidente dell’Unione camere penali, «conferma che il sistema fondato sull’obbligatorietà dell’azione penale è insostenibile e costringe la macchina giudiziaria a lavorare a vuoto in gran parte dei casi. E definire priorità vuol dire mettere gli altri fascicoli nel cassetto in attesa della prescrizione».

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