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Troppi freni rallentano i salvataggi

Un’indagine dell’Università Bocconi-Claudio Dematté Research – su dieci anni di accordi di ristrutturazione che ha analizzato 260 casi siglati in diversi tribunali italiani, soprattutto del Nord, ha evidenziato come gli strumenti messi a disposizione dall’articolo 182 bis della legge fallimentare non abbiamo, nei fatti, prodotto l’impatto atteso. Le cause vanno individuate nel tipo di governance e nella lentezza della macchina burocratica, ma anche in una certa miopia.
Infatti, segnali inequivocabili di allarme sulla condizione di salute delle imprese erano riscontrabili già cinque anni prima dell’evento traumatico che ha portato alla deflagrazione della crisi. Ma nella maggior parte dei casi nulla è stato fatto per arginare le difficoltà. I legacci della governance sono poi intersecati alla struttura proprietaria della maggior parte delle aziende italiane: di piccola o media dimensione, in molti casi ancora condotte dal fondatore, spesso di proprietà di una famiglia .
I numeri sanno essere implacabili. Davanti a una grave crisi aziendale, meno di un quarto delle operazioni analizzate ha registrato il cambio di più della metà dei componenti del consiglio di amministrazione. Tra le figure chiave, su 191 casi analizzati, si è registrata la sostituzione dell’amministratore delegato in otto occasioni. Il presidente ha lasciato in 26 casi. Nell’80 per cento dei casi la compagine societaria è rimasta stabile.
Nessuno paga
«Addirittura – dice Adriano Bianchi, managing partner di Alvarez & Marsal, uno dei leader mondiali del turnaround management – lo specialista della gestione della crisi (il Chief restructuring officer ) è stato utilizzato solo in sei occasioni, mentre l’eccesso di debito non è stato quasi mai toccato, evidenziando due aspetti entrambi preoccupanti: da un lato la scarsa propensione ad affidarsi agli esperti, come se la grave crisi aziendale potesse trovare soluzione con lievi aggiustamenti da parte di chi ha condotto l’impresa a quel punto; dall’altro che, a fianco della mancanza di figure professionali specializzate, si continua a buttare la palla avanti in modo che in Italia chi sbaglia non paga mai».
L’indagine, curata da Valter Conca, Alessandro Danovi e Luca Riva, ha messo anche in evidenza la complessità d’intervento in realtà sempre più spesso legate in gruppo, quando invece la legge tende a considerare l’azienda singolarmente, secondo uno schema che trova giustificazione nella legge fallimentare del 1942. Mentre oggi si vengono a creare figure professionali del tutto nuove, come quella dell’attestatore, un professionista chiamato a valutare l’effettiva possibilità che si verifichino, nei tempi previsti dal Piano, determinati fatti. Quasi un indovino. «Nel caso di un gruppo di imprese – evidenzia Ermanno Sgaravato, tra i maggiori esperti italiani del settore – si pone il problema di coordinare il risanamento delle varie società coinvolte, con l’autonomia giuridica di ciascuna che impone di tenere distinti i relativi patrimoni».
Accade così che, «anche se il Piano è unico – continua Sgaravato – l’attestatore deve comunque disporre di distinti flussi di cassa riferiti a ciascuna società, dovendo effettuare autonome attestazioni relativamente a ciascuna società, essendo anche possibile che siano adottati strumenti diversi (Piano attestato per alcune, Accordo di ristrutturazione per altre). Un gruppo di imprese, poi, potrebbe evidenziare problemi dai rapporti intercompany ove non correttamente evidenziati nei piani, risultando non sempre agevole per l’attestatore verificarli in caso di partecipazioni indirette o mediate (controllata di controllata e simili), e su questo punto sarebbe forse auspicabile un intervento chiarificatore anche per la necessità di assicurare una tutela adeguata ai creditori di ciascuna società».
Un altro mondo
Proprio la legge del 1942 è tema centrale nell’analisi degli esperti. Ma riscrivere l’impianto della norma è estremamente improbabile. Tanto più, ha evidenziato il vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, Giovanni Legnini, in un convegno recentemente ospitato dal ministero dello Sviluppo economico, che «le procedure di risoluzione della crisi di impresa alternative al fallimento costituiscono un’opzione non più reversibile del legislatore. Ad una visione afflittiva e liquidatoria delle situazioni di decozione aziendale si affiancano nuove procedure – come l’accordo di ristrutturazione dei debiti – finalizzate a salvaguardare i valori aziendali, risanando e rilanciando l’impresa. Una volta tanto il legislatore italiano ha anticipato le indicazioni dell’Europa, che con raccomandazione del 2014 ha invitato gli stati membri ad introdurre una regolamentazione delle crisi al fine di dare una seconda chance agli imprenditori meritevoli. A tali scelte legislative deve conseguire un intervento di riforma sistemica delle procedure concorsuali coordinandole con il sistema tributario e con quello penale. Inoltre occorre un impegno di tutti gli operatori del diritto per orientare cultura organizzativa e formazione alla nuova sfida che vede la giurisdizione costretta a misurarsi con le regole di mercato». Un mercato in continua evoluzione.

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