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«Troppi controlli sulle imprese»

di Dino Pesole

La questione è di notevole importanza, perché va al cuore di uno dei «colli di bottiglia» che affliggono da anni il sistema produttivo del nostro paese: l'eccesso di controlli e ispezioni, una ragnatela che si trasforma in vera e propria «oppressione fiscale». Lo ammette il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che nel corso di un'audizione presso la commissione Finanze della Camera, in replica a una domanda di Giampaolo Fogliardi (Pd), definisce il «quantum di controlli, ispezioni, visite sulle imprese assolutamente eccessivo». Il costo reale – osserva – alla fine è costituito spesso «dal tempo che si perde, dallo stress, anticamera a volte della corruzione». Ed ecco la proposta alla quale, anticipa Tremonti, il governo ha già cominciato a lavorare: esclusi i settori sensibili, come la sicurezza sul lavoro, «sul resto si può immaginare un qualche tipo di concentrazione». In sostanza, si tratta di definire un criterio che «fatte salve le esigenze del controllo erariale, riduca questo continuo meccanismo di frequentazione delle imprese da parte di ispettori, vigili urbani, e ancora altri ispettori». Se si riuscirà a individuare un punto di equilibrio «tra l'esigenza di controllo e l'attività delle imprese, credo che faremo un servizio all'economia del paese». Si può immaginare «un coordinamento dall'alto o un diritto dal basso, quello di dire non mi rompete più di tanto».

Se ne sta occupando in effetti l'Agenzia delle Entrate, all'interno di un pacchetto di semplificazioni fiscali che potrebbero essere inserite nel provvedimento sullo sviluppo in arrivo entro fine maggio. Si punta a ridurre obblighi e oneri, attraverso la ricognizione preliminare affidata al tavolo tecnico sugli adempimenti tributari, cui stanno lavorando da fine marzo Agenzia, Rete Imprese Italia e Confindustria. Ricondurre su un livello di minore complessità gli adempimenti – è la linea del direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera – è la precondizione per gestire al meglio l'intero sistema.

Sotto la lente, prima di tutto, l'attuale intreccio tra diversi regimi, adempimenti e relativi oneri amministrativi e burocratici, a partire dalla quantità di moduli che si abbattono su imprese e lavoro autonomo. Poi si passerà agli adempimenti a carico dei sostituti d'imposta, per spostare poi l'attenzione sugli obblighi in materia di Iva e sul fronte dell'imposizione diretta. In quest'ultimo sottogruppo confluirà anche la razionalizzazione del sistema di detraibilità dei veicoli aziendali.

L'audizione di Tremonti, dedicata formalmente al decreto «anti-scalate», si è in realtà trasformata in una discussione sugli strumenti e le misure per sostenere lo sviluppo, a partire dall'aspetto decisivo della crescita dimensionale delle imprese. La migliore difesa è l'attacco – premette Tremonti – tenendo conto che siamo pur sempre «la seconda manifattura d'Europa». Gli incentivi alla fusione – osserva – non hanno funzionato, ulteriore conferma che l'idea che la crescita si «faccia per decreto» non funziona. Sta dando invece discreti risultati la legge sulle reti, «erede delle leggi sui distretti», poi c'è il fondo per le piccole e medie imprese, «un'idea che ha incontrato il consenso di banche e Confindustria». Infine, il fondo strategico. Certo non incoraggia le imprese a quotarsi il fatto che debbano sostenere un costo di 8 milioni, «una follia». Nello schema cartesiano, Tremonti considera la «pars construens» del governo il Programma nazionale di riforme, che contiene delle ipotesi «presto oggetto di un decreto legge». Misure sul fronte delle opere pubbliche, dell'edilizia abitativa, dei «distretti turistici» e del sostegno alla ricerca scientifica.

La proposta di Tremonti riceve l'immediato plauso di Rete Imprese, di Confindustra attraverso il vice presidente Alberto Bombassei, della maggioranza (idea «assolutamente condivisa da noi imprenditori», commenta Giorgio Jannone, presidente della bicamerale sugli enti previdenziali). Dall'opposizione, Pier Luigi Bersani replica così alle critiche avanzate da Tremonti al piano di riforme del Pd («durerebbe dieci minuti a Eurostat»): «La smetta di raccontare balle. Le carte che ha presentato dicono che servirà una manovra da 40 miliardi».

 

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