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Troppe incertezze sulle banche

Dalla risalita dello spread e dei tassi BTp, il parziale ritorno del rischio-Italia si sposta anche sulle banche, che soffrono di troppe incertezze. Un dato dimostra che le incertezze collegate al referendum del 4 dicembre, unite ad alcuni nodi irrisolti del sistema bancario e da sciogliere entro fine anno, stiano creando nuove tensioni sul mercato proprio sulle banche italiane. Negli ultimi quattro giorni, l’indice settoriale Ftse Italia Banks ha perso il 9,3% mentre quello continentale Eurostoxx Banks ha perso solo lo 0,48% (depurato dalla componente italiana, sarebbe addirittura positivo). È il segnale che, in assenza di investitori finali disposti a comprare, la speculazione di Borsa ha rimesso nel mirino le azioni delle banche italiane.
L’incertezza collegata all’«evento» referendum ha trovato terreno fertile in Borsa nella mancanza di certezze che il sistema bancario italiano deve ancora dare agli investitori globali. Il filo comune dei vari focolai di crisi irrisolte riguarda principalmente lo smaltimento dei crediti in sofferenza che tutti, Autorità italiane ed europee comprese, dicono ufficialmente andrà fatto gradualmente. Ma nella pratica della moral suasion e delle ispezioni della vigilanza europee della Bce, comprese quelle condotte a tambur battente nelle ultime settimane, non sembra sia così. È in corso un pressing per aumentare già quest’anno in modo significativo la copertura degli Npl, probabilmente con l’obiettivo finale di portare nel tempo il livello degli accantonamenti verso quel target del 70-80% che, giusto un anno fa, Ue e Bce imposero per la risoluzione delle 4 banche italiane poi salvate.
In questo contesto di incertezza, l’incognita principale sui mercati resta l’attuazione del piano di rilancio di Banca Mps. A quattro mesi dall’esito degli stress test e del varo del piano “privato”, è arrivato il momento delicato dell’execution. Che era e resta possibile, ma non è affatto scontata. A pochi giorni dal lancio sul mercato dell’operazione da 5 miliardi, ognuno dei tre pilastri del piano finanziario ha una serie di variabili irrisolte: la conversione dei bond in equity non si sa quante adesioni avrà, gli anchor investor approfondiscono il dossier ma difficilmente firmeranno un contratto definitivo prima dell’esito del referendum costituzionale, la maxi-cartolarizzazione da 27 miliardi lordi di Npl necessità di un prestito-ponte che al momento non ha portato a un contratto finale per il finanziamento da 5 miliardi. Le Autorità italiane stanno monitorando la situazione in tempo reale, come è giusto che sia dato che le sorti della terza banca italiana possono impattare sulla stabilità dell’intero sistema. E che un eventuale piano B potrebbe passare solo dal coinvolgimento dello Stato e del pubblico risparmio con il burden sharing per i detentori di obbligazioni subordinate. Come avvenuto esattamente un anno fa per Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e Cassa Ferrara. Le sorti delle quattro good banks rappresentano un’altra certezza che manca. E che il mercato, pur trattandosi di banche non quotate, sta attentamente monitorando in attesa di una soluzione certa. Quelle 4 banche, insieme a un gruppo di casse di risparmio dislocate in Romagna e Toscana (cassa Rimini, cassa Cesena, cassa San Miniato), sono oggetto di salvataggi con il contributo del Fondo di Risoluzione e del braccio (semi)volontario del Fondo Interbancario alimentato, in parallelo al fondo Atlante, da quasi tutte le principali banche italiane sane. Il conto da pagare a carico del sistema, per i vari salvataggi, è dunque destinato a lievitare oltre i 2 miliardi. E altre risorse serviranno per rafforzare il fondo Atlante 2 che, oltre al previsto impegno per gli Npl di Mps, dovrà intervenire nuovamente a breve nelle due banche di cui è diventato azionista: Popolare di Vicenza e Veneto Banca.
A chiudere il caso Italia sui mercati in questi giorni c’è poi, pur su un piano totalmente diverso, il riassetto di UniCredit che oltre alle cessioni di asset (Pioneer e Pekao) punta su una ricapitalizzazione sopra i 10 miliardi in modo da portare le coperture sulle sofferenze al 75%. Livello cui, inevitabilmente, si guarderà anche per le altre domestiche.
Tra le tante certezze che mancano ai mercati, come detto, alcune sono comuni all’intero settore bancario europeo e riguardano le (troppe) nuove normative in arrivo: dalla revisione dei modelli interni di credito di Basilea 4, che sarà’ approvata il 29 novembre dal Comitato di Basilea, all’ulteriore giro di vite sugli accantonamenti sui crediti che derivano dall’adozione dei principi contabili Ifrs 9. Fino all’ormai imminente definizione da parte della Vigilanza europea della Bce delle soglie individuali di capitale Srep che, con l’aggiunta della «guidance» successiva agli stress test di fine luglio, determinerà i nuovi ratio patrimoniali per le singole banche. Si dirà: le nuove regole valgono per tutte le banche europee. È vero, come è vero che il Paese che più ne risentirà sarà proprio l’Italia che resta la nazione più bancocentrica nel finanziamento delle imprese, soprattutto le piccole e medie che rappresentano una fetta importante dell’economia italiana.
La conseguenza della nuova stretta sul capitale delle banche può avere effetti negativi sia sulle banche stesse, che faticano a trovare capitali difficili da remunerare, che sull’economia reale. «C’e la tendenza, spinta dal comitato di Basilea, ad alzare ulteriormente il livello del capitale chiesto alle banche. E questo, paradossalmente, sarebbe per diminuire il rischio – come ha ben sintetizzato ieri il presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro – ma se le banche finanziano l’economia reale e se si chiede un aumento della dotazione di capitale a parità di impieghi e siamo in una situazione in cui il rendimento del capitale proprio delle banche è inferiore al costo del capitale di borsa, è evidente che le banche non possono aumentare la dotazione di capitale proprio, possono solo ridurre gli impieghi».

Alessandro Graziani

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