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Tronchetti: «Il debito di Pirelli sotto 3 volte l’Ebitda a fine anno»

Una «start up con 145 anni» di storia, profondamente diversa dal gruppo che ha lasciato piazza Affari due anni fa, concentrata sul segmento high value e con una struttura finanziaria «più solida». Marco Tronchetti Provera ha tracciato così l’identikit della nuova Pirelli. Lo ha fatto nel corso della presentazione alla comunità finanziaria dell’Ipo ai nastri di partenza, un appuntamento che ha coinciso con il primo giorno dell’offerta pubblica di vendita fino al 40% del capitale del gruppo che si concluderà il 28 settembre.
L’operazione di collocamento delle azioni Pirelli entra dunque nel vivo. Nei prossimi giorni i vertici e i consulenti saranno impegnati nel road show che toccherà le principali piazze finanziarie mondiali, da Londra a New York. «È la più grande e importante Ipo del 2017», ha sottolineato Marco Graffigna head of equity capital markets di Banca Imi, sponsor dell’operazione e responsabile della offerta pubblica nonché uno dei global coordinator dell’operazione. Lo stesso Graffigna ha poi riferito che dalle attività in sede di premarketing, «emerge uno straordinario interesse per l’operazione, non solo a livello italiano, ma anche internazionale».
L’attesa per il debutto in Borsa del gruppo della Bicocca, in agenda il 4 ottobre, è alta. Allo stato attuale ci sono due certezze. La prima è che piazza Affari sarà l’unico mercato di quotazione(«Una doppia quotazione tra l’altro darebbe problemi di liquidità su uno dei due mercati», ha spiegato Tronchetti Provera). La seconda è che la Pirelli “matricola” è cambiata molto rispetto al gruppo che ha lasciato il listino nel 2015. In proposito il numero uno della Bicocca ha sottolineato a più riprese la rifocalizzazione del gruppo sul segmento ad alto valore dei pneumatici, ha escluso «progetti di crescita fuori dal perimetro attuale» e ha messo in evidenza la struttura finanziaria «più solida». Quanto basta per permettere alla società «di distribuire dividendi a partire dal 2019 in misura del 40% del risultato netto». «Abbiamo ridotto il debito a un livello per cui la società è finanziata a livello investment grade – ha detto Tronchetti Provera – abbiamo ridotto il debito grazie a 600 milioni dalla separazione delle attività autocarro, 1,2 miliardi di aumento di capitale, e 500 milioni di cash flow nell’ultimo biennio: questo ha prodotto una velocissima riduzione del debito che ci ha permesso di andare in Borsa prima del previsto. A fine anno avremo un rapporto debito netto/ebitda inferiore alle 3 volte e scenderà sotto le 2 volte al 2020». La società al 30 giugno scorso evidenziava un debito di 4,2 miliardi, destinato a ridursi già entro fine anno.
Alla luce di tutte queste considerazioni il gruppo ha fissato una forchetta compresa tra 6,3 euro e 8,3 euro. Il prospetto informativo fornisce già una prima indicazione sui multipli a cui tratterà Pirelli, sulla base dei valori in gioco, confrontandoli con i principali competitors. In proposito considerando il livello minimo(6,3 euro) e massimo(8,3 euro) della forchetta, Pirelli potrebbe trattare da un minimo di 9,7 volte il rapporto tra enterprise value ed ebitda adjusted (Ev/Ebitda) a un massimo di 11,6 volte. Un multiplo che è compreso tra 21,9 volte e 28,9 volte se si prende in considerazione il rapporto tra il prezzo e l’utile netto adjusted (P/e). In questo quadro, considerando cinque gruppi di riferimento che operano in settori comparabili o correlati secondo i collocatori (Nokian, Brembo, Ferrari, Continental e Michelin), la media sul rapporto Ev/Ebitda è pari a 11,6 volte, mentre il P/e medio è pari a 21,2 volte. Guardando, nello specifico, a Nokian, il gruppo finlandese con maggiore esposizione al segmento Consumer (89% del fatturato contro il 100% di Pirelli), la società di Helsinki tratta 12,7 volte il rapporto tra Ev/Ebitda e 20,1 volte il P/e 2016. Ferrari, invece, che è il marchio del lusso nel settore automotive per eccellenza, tratta invece 20,6 volte l’Ev/ebitda 2016 e e 41 volte il P/e.
Su quali valori si posizionerà alla fine Pirelli lo si saprà solo il 29 settembre. Così come si capirà l’entità dell’incasso dei principali soci della Bicocca. Marco Polo holding, che venderà fino al 40%, potrebbe incassare fino a 3,3 miliardi a cui poi bisogna detrarre il debito di 1,2 miliardi. In questo quadro il socio ChemChina in caso di collocamento del 40% del capitale ( e cioè con l’esercizio dell’opzione greenshoe) scenderà fino al 45%, Camfin al 10% e i russi di Lti fino al 5%. Il successivo scioglimento di Marco Polo porterà poi i singoli azionisti a detenere la quota parte di titoli e debito della holding. «Nessuno ha manifestato voglia di vendere nè i russi nè Camfin» dopo la quotazione, ha detto Tronchetti Provera che ha anche chiarito che l’assegnazione a Lti di un lock up di soli 6 mesi rispetto ai 365 giorni previsti per ChemChina e Camfin risponde solo a «ragioni tecniche».
Sullo sfondo, infine, il destino delle quote che Pirelli ha in Rcs e Mediobanca: «Sono libere (per la vendita, ndr)», ha detto Tronchetti Provera, «ma senza fretta».
Marigia Mangano

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