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Tripoli riconquista le quote in UniCredit e Finmeccanica

La Libyan Investment Authority, il fondo sovrano di Tripoli, torna nel pieno possesso del suo 1,25% di UniCredit sotto sequestro dal marzo scorso, insieme alle altre partecipazioni libiche in Italia. A luglio era stata già sbloccata la quota in Eni, ieri la Corte d’appello di Roma ha disposto il dissequestro delle partecipazioni in Piazza Cordusio e Finmeccanica (2,01 per cento). In totale, il pacchetto libico in UniCredit vale – in base alle comunicazioni effettuate prima dell’ultimo aumento di capitale – il 4,98%: oltre alla quota della Lia, infatti, c’è quella della Banca centrale di Tripoli, che tuttavia non ha mai subìto il sequestro.
«Sono molto soddisfatto del risultato raggiunto, che riporta oltre un miliardo di euro di beni sotto il controllo del nuovo Governo democraticamente eletto dal popolo libico», ha commentato ieri il presidente della Lia, Mohsen Derregia, che ha voluto ringraziare formalmente il Ministero dell’Economia e delle finanze «per il supporto ricevuto al fine di risolvere tale questione». Con il dissequestro di ieri, un’operazione seguita dal punto di vista legale da DLA Piper, dallo Studio Carnelutti e dallo Studio Marini, la Lybian Investment Authority potrà di fatto «riassumere un controllo attivo sul proprio portafoglio di investimenti in Italia», una parte di quei 60 miliardi di dollari di partecipazioni sparse per il mondo. Scongelata la quota, non è escluso che la Lia possa ora tornare a bussare a Piazza Cordusio per cercare di riavere un proprio rappresentante in cda: difficile che questo possa avvenire prima della naturale scadenza del Cda in carica, nella primavera 2015, ma il pressing potrebbe salire nel caso in cui, come ipotizzato nei mesi scorsi, i libici decidessero di investire ulteriori risorse.
La notizia dello scongelamento della quota libica da parte dei giudici è arrivato al termine di un’altra giornata difficile per i titoli bancari a Piazza affari, segnata dal clima di attesa per le elezioni americane: ieri a Milano UniCredit ha chiuso a 3,49 euro in calo dello 0,85%, arginando comunque le perdite rispetto ad altir titoli del settore come il Banco Popolare (-3,12%) e Intesa Sanpaolo (-2,13 per cento).
Proprio a proposito di Intesa Sanpaolo, ieri il ceo di UniCredit, Federico Ghizzoni, è tornato a sbarrare definitivamente la porta a una possibile integrazione. Ieri Ghizzoni ha definito il progetto una «cosa folle», così come «folle», secondo il ceo, sarebbe il rischio di una scalata ostile ai danni di Piazza Cordusio: «La risposta é no», ha ribattuto seccato ai giornalisti che gli chiedevano al riguardo. «Andiamo avanti per la nostra strada», si è limitato a dire il ceo ieri mattina presentando un’iniziativa della Filarmonica della Scala, prima di presentare – nel pomeriggio – la nuova struttura di UniCredit Italia ai 250 dirigenti coinvolti in prima persona nel riassetto delle attività italiane, affidate al country chairman Gabriele Piccini.
Anche Giovanni Puglisi, presidente della Fondazione Sicilia e azionista di UniCredit con una quota inferiore allo 0,5%, ieri ha dichiarato di non ritenere concreta l’ipotesi di un percorso si avvicinamento tra UniCredit e Intesa. «Al momento non mi pare ci sia nulla di tutto questo – ha detto a margine di un convegno sulle fondazioni universitarie allo Iulm –, in questo momento i due gruppi si stanno misurando con i mercati e sia UniCredit che Intesa devono trovare in una stagione come questa un po’ di stabilità e di tranquillità».
Dal versante di Intesa ieri ha parlato il presidente del Consiglio di gestione, Andrea Beltratti: dopo essersi limitato a un «no comment» sull’integrazione con UniCredit, ha detto che «qualsiasi mercato che abbia valutazioni basse rispetto ai fondamentali sia esposto al rischio di acquirenti di qualsiasi tipo», tuttavia nel caso specifico di Ca’ de Sass, «non temiamo» il rischio di potenziali scalate.

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