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Tripoli all’Eni: contratti da rivedere

di Gabriele Dossena

MILANO — Il petrolio libico fa gola a molti. Ma soprattutto ai libici. Che lasciata alle spalle la guerra, adesso sembrano decisi ad azzerare tutte le posizioni e gli accordi stipulati sotto il regime del colonnello Gheddafi, assegnando le concessioni di estrazione con nuovi criteri.
E l'Eni potrebbe finire tra le vittime illustri di questo nuovo corso, con la prospettiva di vedersi cancellati tutti i vecchi accordi, frutto anche dello storico ruolo di primo operatore straniero, presente in terra libica dal 1959. Il gruppo guidato da Paolo Scaroni dovrà infatti fare i conti con la volontà del nuovo governo di transizione di «riesaminare» i contratti. Un'eventualità che finora Scaroni aveva sempre escluso categoricamente, giudicandola impensabile, data la garanzia internazionale che vincola al rispetto dei contratti in essere (con concessioni assicurate fino al 2042 per l'estrazione di petrolio e al 2047 per il gas), ma che ora sembra invece diventare concreta.
Una nota in merito, diramata ieri dalle autorità libiche, non lascia spazio a dubbi: «Il capo del governo di transizione Abdel Rahim al-Kib ha informato l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, che i contratti firmati tra il gruppo e il vecchio regime saranno rivisti e riesaminati conformemente agli interessi della Libia prima di essere applicati». E quasi a non voler lasciare margini a interpretazioni distorte, il comunicato continua, precisando che «la Libia non accetterà che le vengano dettate condizioni, e stabilirà la scelta e l'approvazione dei progetti; tutti devono rispettare le scelte del popolo libico; le compagnie straniere che lavorano in Libia dovranno provare ai libici che sono partner della Libia e non di Gheddafi e del suo regime: l'Eni dovrà darne prova giocando un ruolo significativo nella ricostruzione delle città distrutte dalle forze di Gheddafi».
Nulla di definito, per ora, sui possibili interventi, sulle nuove condizioni e, soprattutto, sui tipi di contratti che saranno oggetto di modifiche. Vale però la pena ricordare che il nuovo ministro del Petrolio nominato il 23 novembre scorso dal governo di transizione di Tripoli è Abdul-Rahman Ben Yezza, ex «uomo Eni» che è stato presidente della joint venture tra l'Eni e la compagnia di stato libica Noc (National oil corporation).
Dal quartier generale del Cane a sei zampe si sono affrettati a precisare che oggetto di revisione saranno solo «due contratti di sostenibilità per iniziative sociali». Non ci sarebbe quindi nessun rischio, secondo un portavoce, per i sostanziosi contratti petroliferi che permettono al gruppo italiano di estrarre ogni anno (con l'eccezione ovviamente del 2011) tra i 200 e i 300 mila barili di olio equivalente al giorno tra gas e petrolio. L'attività produttiva dell'Eni in Libia, interrotta lo scorso 16 marzo, è ripresa gradualmente dalla fine di settembre.
Ma al di là delle dichiarazioni di parte, è un fatto che sulla Libia (quarto produttore di petrolio dell'Africa, con una produzione di 1,8 milioni di barili al giorno e riserve per 46 miliardi di barili) si stanno concentrando le attenzioni di tutte le major petrolifere mondiali. E quasi a prevenire possibili rischi e brutte sorprese per l'Eni, si è mosso anche il primo ministro Mario Monti, che dopo aver ricevuto nei giorni scorsi a Roma il presidente del Cnt Mustafa Jalil, ha annunciato che il governo italiano intende riattivare il «trattato di amicizia» con la Libia. Monti non ha fornito altri dettagli. Ma ha fatto sapere che il prossimo 21 gennaio volerà a Tripoli.
 

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