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Tripla A francese appesa a un filo

di Marco Moussanet

In attesa che le agenzie di rating la ratifichino, i mercati hanno già preso la loro decisione: la Francia non è più un Paese a tripla A. Nel tardo pomeriggio di ieri i tassi sulle obbligazioni decennali di Parigi erano al 3,619%, con uno spread di quasi 200 punti su quelli dei bund tedeschi (1,666%). L'andamento speculare della giornata è emblematico: l'aumento dei primi (+6,7%) è identico al calo dei secondi (-6,8%). Mentre in una Borsa in flessione dell'1,9% hanno ripreso a cadere i titoli bancari: -5,8% per Bnp Paribas, -5,2% per Société Générale, -4,3% per Crédit Agricole.

Da Bruxelles il ministro degli Affari europei, Jean Léonetti, ha tentato una goffa difesa della Francia. Peccato che dalla stessa città, più o meno nello stesso momento, arrivasse la presentazione del rapporto del Lisbon Council e della banca tedesca Berenberg sui Paesi dell'Eurozona (Euro Plus Monitor), da cui Parigi esce con le ossa rotte.

Numeri impietosi dai quali emerge non solo l'ennesima conferma che la Francia è di gran lunga quello messo peggio tra i Paesi a moneta unica del ristretto club della tripla A, ma occupa addirittura una delle posizioni di coda dell'intera area euro. Nella classifica finale dei 17 – che tiene conto dei vari indicatori utilizzati, dalla crescita alla competitività, dalla spesa pubblica alla sostenibilità fiscale – Parigi è al tredicesimo posto, alla pari con la Spagna e appena prima dell'Italia. Dietro ci sono solo Portogallo, Cipro e ovviamente la Grecia.

La Francia è inoltre terzultima nella graduatoria delle misure adottate per far fronte alla crisi. Seguita da Germania e Austria, che hanno fatto di meno solo perché non avevano bisogno di fare di più.

Non solo. È terzultima per il costo del lavoro e la competitività, penultima nelle performance delle sue esportazioni, ultima come peso della spesa pubblica.

«Per la Francia – si legge nel rapporto – dovrebbe suonare il campanello d'allarme. I risultati sono troppo mediocri per un Paese che vuole conservare un posto nella top league. Salvaguardare la presenza nel gruppo di testa delle economie europee richiede riforme significative, che dovrebbero essere adottate prima delle elezioni presidenziali».

I principali economisti francesi non hanno peraltro aspettato il rapporto del Lisbon Council. «La Francia ha ormai lasciato il cuore dell'Europa – ha dichiarato Patrick Artus – per raggiungere il gruppo dell'Europa del Sud. Per i grandi investitori istituzionali il rating di Parigi è la doppia A».

Ieri il ministro dell'Economia François Baroin si è compiaciuto per la revisione al rialzo (dallo 0,3% allo 0,4%) della crescita nel terzo trimestre. Ma l'Insée (l'Istat francese) ha nel contempo rivisto al ribasso (dallo zero a -0,1%) quella del secondo trimestre. L'aumento acquisito del Pil per il 2011 è a questo punto dell'1,7%, molto vicino all'1,75% previsto dal Governo. Ma si fermerà quasi certamente lì, visto che la Banca di Francia ha già stimato un quarto trimestre a crescita zero. Sempre che non sia negativo. Mentre appare ormai impossibile raggiungere nel 2012 l'1% su cui è stata costruita la Finanziaria.

Per rispettare un deficit al 4,5% del Pil l'anno prossimo servono altri 10 miliardi, tra tagli di spesa e aumento di entrate. Manovra che Nicolas Sarkozy vorrebbe rinviare al dopo elezioni, anche se sei mesi in queste condizioni sembrano un'eternità.

Il Governo sta raschiando il fondo del barile (ieri ha annunciato che il primo giorno di malattia nel settore pubblico, e il quarto nel privato, non saranno più retribuiti, con un risparmio di circa 420 milioni). Mentre i grandi imprenditori privati hanno presentato le loro richieste ai candidati all'Eliseo: in testa l'Iva al 21% (13 miliardi da destinare alla riduzione del costo del lavoro, la cosiddetta "Iva sociale") e l'abolizione delle 35 ore.

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