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Trichet: l’Italia si è impegnata ma ci sono molte cose da fare

«L’Italia si è impegnata molto, ma restano diverse cose da fare». Così pensa Jean-Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea (Bce), incontrato a Milano in occasione della Global megatrends conference organizzata da Credit Suisse. E a due mesi dalle elezioni in Grecia, anche Trichet ricorda al governo greco che l’obiettivo primario è quello di riguadagnare la fiducia dei partner internazionali. 
Con lo scoppio della crisi «subprime», e sotto il suo mandato, la Bce ha iniziato a introdurre misure di politica monetaria non convenzionali. Quanto è cambiata la Bce?
«Sì, è vero. C’erano delle situazioni eccezionali. E per fortuna non avevamo alcun problema su stabilità dei prezzi e deflazione. Mario Draghi ha dovuto confrontarsi con altre circostanze, ma secondo me c’è una precisa continuità fra ciò che ho fatto io e ciò che è stato fatto dopo».
C’è il rischio che i politici usino la Bce come una macchina stampa moneta, ritardando le riforme?
«Non penso che sia una domanda da porre solo guardando alla Bce, ma guardando a tutte le banche centrali delle economie avanzate. Tutte hanno adottato misure impensabili prima della crisi. Se non utilizziamo correttamente il tempo fornitoci ne pagheremo le conseguenze nella prossima crisi. Specie nell’eurozona».
I contribuenti devono temere il Qe o la deflazione?
«Il punto è che in tutte le economie avanzate sono state introdotte misure straordinarie. Il messaggio dato dalle banche centrali ai governi è che bisogna mettere i conti in ordine e introdurre riforme strutturali in modo da elevare il potenziale di crescita. Bisogna chiedersi quanto sia chiaro il messaggio inviato. I contribuenti dovrebbero preoccuparsi delle scelte sbagliate di governi e parlamenti».
Mi può ricordare il suo peggior momento alla Bce, quello più drammatico?
«Ci sono stati quattro momenti assolutamente drammatici, in cui abbiamo dovuto “inventare” misure non convenzionali. Il 9 agosto 2007, la crisi subprime. Il 15 settembre 2008, la bancarotta di Lehman Brothers. Il maggio 2010, quando abbiamo iniziato a comprare bond di Irlanda, Portogallo e Grecia. E poi quello probabilmente più drammatico di tut-ti, consumatosi tutto in un weekend, fra venerdì 5 agosto 2011 e il lunedì successivo. È stato quando abbiamo inviato le lettere ai governi di Italia e Spagna e abbiamo iniziato a comprarne i bond. Il 40% del Pil dell’eurozona era sotto attacco. In poche ore abbiamo dovuto decidere cosa fare, non avevamo tempo. È stato di gran lunga il periodo più drammatico».
Com’è cambiata l’Italia rispetto all’agosto 2011?
«Io penso che siano cambiate tante cose. La retorica è cambiata. Ci sono state diverse decisioni cruciali da parte di Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi. Certo, rimangono ancora molte cose da fare, ma mi pare che l’Italia sia su un percorso nettamente migliore che in passato. E le riforme strutturali restano importantissime per il Paese».
E la Grecia? Due mesi fa Tsipras vinceva le elezioni. Eppure, poco è cambiato. Che opinione si è fatto su Atene?
«Il nuovo governo si è preso molti impegni buoni, come la lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, e altri meno. Mi aspetto che il governo greco capisca che se vuole avere crescita, creazione di posti di lavoro e restare nell’eurozona, deve avere la fiducia della comunità internazionale. Tutta. Non solo i partner europei, che hanno aiutato in modo netto la Grecia. È importante che il programma del nuovo governo sia approvato dai partner internazionali, l’unico modo per riguadagnare la fiducia».

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