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Trichet: la Bce parli con una sola voce

L’ex presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet offre il suo pieno appoggio a Mario Draghi, l’uomo che gli è succeduto alla guida dell’Eurotower nel novembre scorso, e al piano, definito questo mese, per intervenire sui mercati insieme ai fondi salva-Stati, in cambio di impegni di politica economica da parte dei Governi. E, come Draghi, Trichet insiste ripetutamente, in un’intervista concessa al Sole 24 Ore dopo aver ricevuto la laurea ad honorem in Scienze statistiche dall’Università di Bologna, sul ruolo cruciale dell’azione dei Governi nel metter fine alla crisi. «Adesso tocca a loro», dice il banchiere centrale, 69 anni, per otto alla testa della Bce, anche se preferisce non sbilanciarsi su quello che dovrebbe fare il Governo italiano. A margine della cerimonia, cui hanno partecipato l’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, che ha definito Trichet «il più giovane laureato della nostra università», e il direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni, il banchiere francese ha tuttavia affermato che l’Italia ha preso «misure nella giusta direzione su una strada non facile». La chiave però, per l’Italia e tutti i Governi europei, è la loro “pronta esecuzione” per convincere i mercati e i cittadini stessi della loro credibilità. Trichet si schiera a fianco di Draghi anche nella diatriba con la Bundesbank, che dovrebbe, a suo parere, attenersi al Trattato e alle decisioni collettive.
Il programma Omt deciso dalla Bce all’ultima riunione deve essere considerato una continuazione o una deviazione dell’Smp avviato durante la sua presidenza? Inizialmente è stato un successo di mercato, ma durerà?
Tutte le misure non convenzionali, in Europa e nel resto del mondo, hanno aumentato le dimensioni dei bilanci delle banche centrali. Il che non vuol dire che siano uguali. Ma in tutti i casi dovevano rispondere ad alcune condizioni. Primo, tenere la guardia alta. Fare esattamente quanto richiesto dal malfunzionamento dei mercati: se si fa di meno, le misure non funzionano, se si fa di più, si assumono rischi eccessivi. Secondo, mandare un messaggio forte al settore privato, così che sfrutti le decisioni della banca centrale, mettendo ordine nei bilanci, facendo le riforme appropriate. Terzo, mandare lo stesso messaggio alle autorità pubbliche, inclusi i governi: individualmente, in modo che aggiustino le politiche economiche, e collettivamente, perché migliorino gli strumenti per gestire le crisi. La necessità di azione collettiva è specialmente evidente in Europa. Quarto, tutte le banche centrali dovrebbero mandare un messaggio ai Governi del G-20, perché se emerge un bisogno così grave di misure non convenzionali, è perché il sistema non funziona a dovere a per questo i Governi insieme devono migliorare la governance globale. Nel caso della recente decisione della Bce, mi sembra che queste condizioni siano soddisfatte, in particolare il forte richiamo ai Governi perché agiscano. Adesso, tocca ai Governi, individualmente e collettivamente, andare avanti.
I critici dell’Omt dicono che offusca la distinzione fra politica monetaria e politica fiscale in quanto impone condizioni di tipo fiscale su quella che dovrebbe essere una decisione di politica monetaria.
La Bce non può, e non deve, sostituirsi ai Governi. I Governi devono prendersi le proprie responsabilità. La Bce è responsabile per la politica monetaria e la trasmissione delle sue decisioni di politica monetaria, per assicurare che le sue decisioni sui tassi d’interesse si trasmettano a tutta l’eurozona senza distorsioni. La giustificazione delle sue azioni può solo essere di permettere una miglior trasmissione della politica monetaria. Questo è stato il caso anche negli anni passati. Se il malfunzionamento dei mercati danneggia la trasmissione della politica monetaria, la Bce deve agire, ma non è un sostituto dell’azione di Governi e Parlamenti. Se, per quanto compete loro, questi non sistemano le cose, non avremo successo.
L’Europa ha ora creato un meccanismo per aiutare i Paesi in difficoltà, ma la condizionalità rischia di disincentivare i Paesi a fare richiesta.
Il consiglio della Bce ha detto che può intervenire sui mercati solo se c’è l’attivazione dei fondi salva-Stati Efsf/Esm e i Paesi devono aver deciso che vogliono agire. Io capisco che il consiglio della Bce non vuole intervenire da solo. Vuol essere sicuro che i Paesi si prendano le proprie responsabilità.
C’è il timore in questi Paesi che vengano imposte condizioni addizionali, oltre a quelle già concordate nei programmi europei di stabilità.
Dev’essere chiaro che queste non sono condizioni imposte dalla Bce. Sono fissate dall’Unione europea. I capi di Governo esamineranno la situazione e decideranno su quello che il loro collega sta facendo e quello che dovrebbe fare. La Bce è un osservatore nella troika. Le decisioni sulla condizionalità vengono prese dalla Commissione e dal Consiglio europeo.
Il Governo italiano ritiene di aver già fatto molti passi avanti. Pensa che abbia fatto abbastanza sia sull’aggiustamento dei conti sia sulle riforme strutturali? Raccomanderebbe all’Italia di chiedere l’intervento di Efsf/Esm e della Bce?
Non voglio prendere il posto del Governo italiano. La situazione dev’essere giudicata dal Governo italiano. Ritengo – e parlo di tutti i casi europei, non solo dell’Italia – che decisioni rapide, specialmente sul fronte delle riforme strutturali e del bilancio, e l’esecuzione immediata, pronta e convincente, delle decisioni prese è essenziale. Convincerebbe gli osservatori, gli agenti economici, le famiglie, e gli investitori e i risparmiatori, nel Paese, in Europa e nel resto del mondo che possono considerare la firma di quel Paese nuovamente credibile. La conclusione è che il settore produttivo deve ricostruire e conservare la propria competitività: questa è la chiave per la crescita e la creazione di posti di lavoro. Ma, insisto, la pronta messa in atto di tutte le misure annunciate è estremamente importante.
Il dissenso della Bundesbank sulle decisioni della Bce è riemerso recentemente, come era avvenuto durante la Sua presidenza, quando il presidente della Banca centrale tedesca, Axel Weber, si è dimesso. Crede che l’opposizione della Bundesbank danneggi la credibilità della Bce e l’efficacia delle sue decisioni?
Devo ricordare che ogni membro del consiglio della Bce non rappresenta un’istituzione, ma solo se stesso, come individuo pienamente indipendente, dedicato all’Europa. È nel Trattato. Inoltre, abbiamo deciso proprio all’inizio dell’euro che non avremmo parlato con voci discordanti dopo aver preso una decisione, anche se, naturalmente, ci sono pro e contro e la decisione viene presa a maggioranza, come previsto dal Trattato. Avevamo 11 Paesi sovrani all’inizio, adesso ne abbiamo 17. È meglio avere un forte senso di unità. La Bce è un’istituzione federale. Ora, de facto, il consiglio ha un comportamento più simile agli Stati Uniti, la Gran Bretagna o il Giappone, dove le posizioni individuali sono rese pubbliche. Avrei decisamente preferito che fosse rispettato quello che avevamo deciso inizialmente. Detto questo, una voce di dissenso di per sé non danneggia la credibilità dell’istituzione. È lo stesso altrove. Anche l’ultima decisione della Federal Reserve ha avuto un voto contrario.
Recentemente l’opinione pubblica, specialmente in Germania, si è irrigidita contro i salvataggi e direi contro tutte le manifestazioni dell’Europa.
Stiamo attraversando, dal 2007-2008, in tutte le economie avanzate, la peggior crisi dalla Seconda guerra mondiale. Non è inusuale che riflettiamo sulla strategia e su cosa bisogna fare in futuro per evitare situazioni del genere. C’è una grande discussione negli Usa, in Gran Bretagna e non deve sorprendere se c’è una grande discussione in Europa. Credo che la risposta sia «più Europa», non «meno Europa». Alla fine, la gente, i nostri concittadini, dovranno decidere e dobbiamo spiegare loro quali sono le conseguenze della crisi globale e non attribuire tutti i peccati del mondo all’Europa. Per esempio, dall’inizio dell’euro, il 1° gennaio 1999, l’area euro ha creato più nuovi posti di lavoro degli Usa (circa 14 milioni contro 9) e questo solitamente non viene riconosciuto. Per molte ragioni – la principale è che il mondo è cambiato profondamente dalla Seconda guerra mondiale, con la strordinaria crescita dei Paesi emergenti – abbiamo bisogno di un’unità più profonda in Europa.
Pensa che la crisi sia a una svolta o siamo ancora nel pieno?
La storia non è ancora stata scritta. Abbiamo identificato i meccanismi per gestire la crisi, ma sappiano che, per andare avanti, tutti i protagonisti devono fare la propria parte. E questo significa non solo le banche centrali, ma tutti gli altri, i Governi e il settore privato. Sono fiducioso che i Governi accelereranno la loro azione, che è cruciale, perché, ripeto, le banche centrale non possono, e non devono sostituirsi alla possibile inazione dei Governi.

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