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Tributi locali, niente moratoria Ai sindaci le scelte su stop e date

ROMA

Il quadro si completa poi con una norma che permette la rinegoziazione dei mutui in esercizio provvisorio con delibera di giunta, indispensabile per sfruttare la finestra della maxi-revisione di Cdp. Per i Comuni delle ex «zone rosse» dovrebbe poi arrivare un finanziamento extra (200 milioni).

Non ci sarà la moratoria per legge dei tributi nel capitolo enti locali della manovra anticrisi che il governo presenterà oggi ai sindaci. Arriveranno però delle linee guida ministeriali, sotto forma di circolare, per spiegare che l’autonomia tributaria già permette ai Comuni di spostare in avanti le scadenze delle proprie entrate. Il problema è il calendario: perché la prospettiva è quella di un fai da te comunale in cui ogni ente fissa un quadro di scadenze diversificato per tributo.

«Proporremo forme di coordinamento – ribatte all’obiezione Laura Castelli, la viceministra dell’Economia che segue tutti i dossier della finanza locale – ma è giusto che i Comuni decidano nella propria autonomia, con la garanzia del fondo statale che interviene a ristorare le mancate entrate». A fermare l’ipotesi moratoria (Sole 24 Ore di ieri) c’è anche il tira e molla fra ministero e amministratori locali sull’entità dei danni da Coronavirus per i bilanci comunali. Il governo mette sul piatto tre miliardi (e 500 milioni per le Province), e un tavolo di monitoraggio per vedere come andrà; i sindaci hanno presentato stime che portano fra i 5 e gli 8 miliardi il rischio perdite. E una moratoria generalizzata, è il timore, avrebbe dato linfa a nuove richieste.

La via autonoma ha un difetto, rappresentato appunto dalla moltiplicazione dei calendari, e un pregio, quello di affidare le decisioni fiscali alla responsabilità delle amministrazioni, che conoscono bene i propri territori. Perché per esempio a due Comuni vicini, uno turistico colpito da un sicuro crollo delle entrate e uno agricolo dove l’economia locale ha retto, non sarebbe utile applicare la stessa regola pret-a-porter. «In un quadro di difficoltà generale bisogna evitare di perdere per legge ulteriore gettito», sostiene Castelli, indicando nel tavolo di monitoraggio la sede per fare i conti e per «trovare l’equilibrio migliore fra le esigenze dei contribuenti, dei Comuni e del bilancio statale».

In quest’ottica il fondo da tre miliardi funzionerà in due tempi. La prima tranche, il 30%, arriverà subito, e sarà distribuita in proporzione alle entrate proprie. Il resto entrerà in gioco prima della pausa estiva, al 10 luglio, e la sua geografia dipenderà dall’incrocio di più fattori: le perdite stimate, ovviamente, su cui potranno incidere anche le decisioni locali sul calendario, ma anche i risparmi di spesa pubblica locale determinati dal blocco di alcune attività. Un punto, questo, su cui la discussione si annuncia accesa. In ogni caso i pagamenti che ritardano non gonfieranno gli obblighi di accantonamento nel Fondo crediti, perché i calcoli ignoreranno il 2020 (lo prevede l’articolo 106-bis del decreto Marzo).

I Comuni, dovrebbero spiegare le istruzioni ministeriali in arrivo, potranno spostare tutti i tributi con un’eccezione: la quota di Imu che imprese, alberghi e centri commerciali versano allo Stato. L’acconto di giugno vale 1,8 miliardi e la manovra, nemmeno nel formato maxi, ha spazio per coprirli. Sul tavolo c’è però la proposta del ministro della Cultura e Turismo Dario Franceschini di bloccare il pagamento almeno per gli alberghi, in crisi di liquidità per il lockdown ma anche alle prese con prospettive di ripresa più che incerte.

L’altra gamba del fisco locale nella manovra anticrisi riguarda gli sconti sulle nuove occupazioni di suolo pubblico. L’idea è quella di escludere dalla base imponibile l’allargamento degli spazi imposto dalle precauzioni sanitarie, sulla base del fatto che l’obbligo di distanziamento riduce il “valore d’uso” del suolo occupato da bar e ristoranti. In discussione c’è però anche l’ipotesi di coprire integralmente le mancate entrate delle settimane del lockdown.

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