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Il tribunale può modificare il tipo di preconcordato

Nel concordato, il tribunale ha il potere/dovere di verificare il presupposto di fattibilità del piano, nel senso di vagliare la realizzabilità nei fatti del piano medesimo. Se i giudici riscontrano la manifesta inettitudine del piano a garantire i flussi della continuità possono modificare la tipologia «per continuità aziendale» invocata dal debitore nella proposta concordataria e riclassificare il concordato come «liquidatorio», con la conseguenza che – qualora non sia assicurata la soglia del 20% per i creditori chirografari – il concordato deve essere ritenuto inammissibile. Sono i principi affermati dal Tribunale di Monza con il decreto dell’11 ottobre 2017 (presidente Mariconda, estensore Nardecchia), chiamato a pronunciarsi sull’ammissibilità di una domanda di concordato preventivo.
Nel caso esaminato, la proposta concordataria presentata al vaglio del tribunale si appoggiava su un piano inizialmente proposto come liquidatorio ma che poi era stato modificato e indicato come con continuità aziendale. Il fabbisogno concordatario sarebbe stato coperto principalmente dai flussi di cassa derivanti dalla gestione diretta (i ricavi erano attesi soprattutto dalla commercializzazione di un nuovo prodotto) e i creditori sarebbero stati soddisfatti dai flussi della continuità aziendale in misura prevalente rispetto alla liquidazione degli asset non strategici.
Il tribunale ha affermato preliminarmente che il dovere di esercitare il controllo di legittimità sul giudizio di fattibilità della proposta di concordato non deve restare avvinto all’attestazione del professionista. Richiamando l’orientamento della Cassazione, i giudici hanno precisato che il controllo giudiziale ha per oggetto, oltre alla fattibilità giuridica (intesa come verifica della non incompatibilità del piano con norme inderogabili), anche la verifica della sussitenza o meno di una manifesta inettitudine del piano a realizzare gli scopi prefissati; inettitudine che va verificata caso per caso in riferimento alle modalità indicate dal debitore per superare la crisi. Rimane riservata invece ai creditori la valutazione sul merito del giudizio, che ha per oggetto la più o meno rilevante probabilità di successo economico del piano e i rischi inerenti.
In questa chiave il tribunale, sulla base dei timori espressi dai commissari e dell’andamento del volume delle vendite del nuovo prodotto rispetto alle previsioni, ha rilevato la manifesta inettitudine del piano a generare nel quinquennio tramite la continuità aziendale i flussi necessari a soddisfare i creditori nella misura promessa dell’11 per cento.
Da questa inettitudine alla generazione di sufficienti flussi di cassa consegue che la domanda di concordato in applicazione al principio di prevalenza debba essere riqualificata come liquidatoria.
Il tribunale, pur evidenziando come non sia consentito in nessuna fase del procedimento mutare d’ufficio il contenuto del piano o della proposta, afferma che il vaglio giudiziale deve comunque estendersi a interpretare giuridicamente la domanda e quindi che il piano e la proposta, così come essi sono stati depositati dal debitore, vanno analizzati a prescindere dalla qualificazione formulata dal debitore, non essendo il tribunale vincolato all’indicazione contenuta nella domanda. Per i giudici non ci sono dubbi in relazione all’astratta possibilità di riqualificare il tipo di concordato, rilevando eventuali illegittimità.
Sulla base di questi principi e riqualificando il piano concordatario come liquidatorio, il Tribunale ha quindi concluso dichiarando inammissibile la proposta perché non assicurava ai creditori chirografari il rispetto della soglia minima prevista per legge di pagamento del 20% dell’ammontare dei crediti chirografari.

Giuseppe Acciaro
Alessandro Danovi

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