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Tribunale, addio ai tempi morti

Stop ai tempi morti dei processi. Scompariranno i rinvii per depositare memorie difensive sia all’inizio sia alla fine del processo. Il disegno di legge delega di riforma del processo civile licenziato, ieri, dal Consiglio dei ministri, disegna un nuovo rito, che imporrà agli avvocati di scrivere meno e di arrivare già pronti a discutere la causa in prima udienza.

Anche i magistrati dovranno studiare da subito i fascicoli che arrivano sulle loro scrivanie ed essere pronti a invitare le parti a un accordo bonario, di cui possono tratteggiare le condizioni senza timore di anticipare la sentenza. Anzi, stando alla relazione di accompagnamento al ddl, la prognosi dell’esito del processo non deve essere un tabù. Inoltre, la facilitazione della soluzione transattiva, anche alla luce della previsione di come potrebbe andare a finire il contenzioso, servirà a tamponare l’emorragia delle condanne dello stato italiano per processi lumaca: se le parti rifiutano l’accordo, allora vorrà dire che abusano del processo e questo abuso è indirettamente sanzionato con il rigetto dell’indennizzo previsto dalla legge Pinto. Ma vediamo il dettaglio dei criteri direttivi della legge delega.

Memorie scritte al bando. Il processo civile, nel suo rito ordinario, attualmente vede un avvio piuttosto farraginoso. Chi inizia la causa (l’attore) notifica la citazione a una udienza che deve essere fissata a non meno di 90 giorni (ma si può scrivere anche una data posteriore) e alla prima udienza le parti chiedono ulteriori termini per depositare memorie: la prima per precisare le proprie difese, la seconda per chiedere le prove, la terza per replicare alle richieste avversarie. Poi segue un’altra udienza, nella quale il giudice si riserva di decidere sulle richieste contenute nelle memorie e poi rinvia ad altra udienza per cominciare l’istruzione probatoria (sentire testimoni, consulenti tecnici ecc.). E così tra un’udienza e l’altra il tempo passa e magari è trascorso un anno e il processo non ha fatto passi in avanti. A questo stato di cose si prefigura un processo diverso, in cui le parti arrivano alla prima udienza con tutto pronto per passare all’escussione delle prove. «Se vi è necessità di scambio di atti difensivi», spiega la relazione di accompagnamento al ddl, «questo scambio deve avvenire prima e non dopo la prima udienza». È quello che capita già oggi nel processo del lavoro, il cui schema si vuole estendere agli altri contenziosi civili. Per gli avvocati questo significa dover già predisporre tutto negli atti introduttivi, perché alla prima udienza scatta la ghigliottina delle difese e ciò che non è stato contestato non può più essere messo in discussione.

Conclusionali. L’accorciamento del processo in nome della speditezza, riguarda anche la fase finale del giudizio. Attualmente, una volta terminata l’istruttoria (tutti i testi sono stati ammessi, la consulenza tecnica è stata adempiuta ecc.), il giudice rinvia all’udienza di precisazione delle conclusioni. In questa udienza le parti definiscono le loro domande e il giudice concede alle parti stesse i termini per scrivere la comparsa conclusionale e la memoria di replica. Si deve considerare che il rinvio all’udienza di precisazione delle conclusioni risponde, in primo luogo, all’esigenza del giudice di programmare la propria attività e scaglionare la stesura delle sentenze. Così capita che tra la fine dell’istruttoria e l’ultima udienza trascorra un lungo lasso di tempo (anche anni) senza che si faccia nulla. Inoltre all’udienza stessa non si fa altro che rinviare ancora l’effettiva assunzione a sentenza, in quanto le parti hanno 60 giorni per scrivere la comparsa conclusionale e 20 giorni per replicare all’avversarie. Nel frattempo l’agenda del giudice potrebbe intasarsi per cause di nuova assegnazione e la programmazione delle sentenze non riesce. L’idea sottesa al ddl è quella di anticipare le memorie conclusionali a prima dell’udienza di precisazioni delle conclusioni, cosicché effettivamente a quella udienza il giudice abbia già pronto il fascicolo per passare velocemente alla decisione.

Conciliazioni. Più conciliazioni su indicazioni del giudice. Il ddl preannuncia un maggiore interventismo del giudice, che deve non solo facilitare le parti a trovare una soluzione, ma deve anche proporre una possibile definizione bonaria, senza timore di anticipare l’esito del giudizio. Anche per evitare all’ stato di pagare indennizzi per processi di durata irragionevole (legge Pinto): il rifiuto della definizione bonaria comporta l’addebito alla parte della lungaggine processuale.

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