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Trent’anni fa il crollo da record (-22,6%) del Dow Jones

Era il 19 ottobre 1987: la borsa americana crollava. Un collasso che verrà poi ricordato come il Black Monday (lunedì nero), il calo maggiore in una singola seduta mai registrato a Wall Street. Trent’anni dopo le piazze finanziarie macinano record: nel giorno del simbolico anniversario l’indice Dow Jones si trova oltre la soglia dei 23 mila punti. Buona notizia o cattivo presagio? In tre decenni i mercati sono cambiati molto, anche se alcuni elementi invitano all’accostamento tra la seconda metà degli anni 1980 e la situazione attuale. La comunità finanziaria è divisa tra chi evidenzia i rischi di un eterno ritorno e chi sottolinea le differenze. Fare previsioni e parallelismi è esercizio complesso, anche perché non si è ancora smesso di discutere sulle cause scatenanti del Black Monday.

Nel 1987 Wall Street veniva da anni d’oro: seppur lontano dai livelli attuali, l’indice Dj aveva guadagnato il 150% tra il 1982 e il 1986 e il 40% nei sette mesi precedenti il lunedì nero. Quindi qualche segnale di debolezza e la tempesta che, partita da Hong Kong, si era rafforzata in Europa per poi abbattersi con tutta la sua potenza a New York: -22,61% in una sola seduta, un record ancor oggi imbattuto. Per fare un confronto, è come se oggi il Dow Jones perdesse di colpo 5.230 punti, oltre un quinto del proprio valore. In un’altra giornata nera passata alla storia della finanza, quella del 1929, la flessione era stata soltanto del 12,8%, anche se poi diede origine a una crisi più duratura.

A distanza di 30 anni si dibatte ancora sui motivi che portarono al collasso. Forse perché non c’era stata una singola causa scatenante ma un insieme di fattori (economici, finanziari, geopolitici, tecnologici, psicologici e persino meteorologici) capaci di creare la tempesta perfetta. Mentre i mercati correvano a tutta velocità, la crescita americana stava rallentando. Aumentavano invece le tensioni nel Golfo, aggravate dal calo del prezzo del petrolio e dal collasso dell’Opec.

Ma concorsero anche ragioni tecniche. Molti osservatori sottolineano il ruolo delle allora emergenti strategie di protezione del portafoglio: i grandi investitori vendevano i future degli indici quando il mercato calava: se le loro azioni perdevano, riscuotevano la scommessa fatta sulla flessione dei mercati. Era un modo per ammortizzare le perdite, ma finì con l’aggravare il panico. Anche perché la vendita si basava sui primi, e poco evoluti, metodi di trading computerizzato: i software stavano iniziando a sostituire gli scambi umani, anche se con eccessiva rigidità.

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