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Trentamila processi senza scadenza

Sono 30mila all’anno i processi penali che, con l’entrata in vigore il 1° gennaio 2020 della riforma della prescrizione, non avranno più scadenza. È l’effetto della legge Spazzacorrotti – varata a inizio 2019 dal Governo gialloverde, ma con efficacia differita di un anno – che prevede lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia di assoluzione che di condanna.

Si tratta di una disposizione criticata da più parti perché potrebbe portare a processi infiniti. Figlio di un compromesso tra Lega e M5S (si veda l’articolo qui sotto), il blocco della prescrizione è destinato a cancellare la riforma varata due anni fa dall’allora ministro Pd della Giustizia, Andrea Orlando. Ma ora a valutare se e come modificarlo, accanto al grillino Alfonso Bonafede, confermato Guardasigilli anche nel Governo Conte bis, sarà lo stesso Orlando: il confronto tra i due è stato avviato la settimana scorsa e l’obiettivo è di esaminare entro fine mese i provvedimenti per ridurre i tempi dei processi.

I numeri

Nel 2018, secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia, i procedimenti penali prescritti in Corte d’appello e Cassazione (per cui opererebbe il blocco) sono stati 29.862. Nel complesso le prescrizioni sono in calo: dal 2016 al 2018 sono scese da 136.888 a 117.367 (-14%). Ma non in Corte d’appello dove, invece, sono aumentate del 12% e mandano in fumo un procedimento su quattro, il 25% dei definiti.

A determinare la diminuzione totale è la flessione dei procedimenti azzerati durante le indagini preliminari (passati da 72.840 a 48.735), che rimane comunque la fase in cui si concentra il maggior numero di prescrizioni (circa il 41% ). In totale, il 75% dei procedimenti si prescrive nel primo grado di giudizio: non verrà quindi toccato dalla riforma.

Il blocco della prescrizione dopo il primo grado non avrà conseguenze omogenee sul territorio nazionale perché la percentuale di archiviazioni per prescrizione cambia fortemente da una Corte d’appello all’altra. A Venezia e Torino l’estinzione del processo riguarda infatti più del 40% dei procedimenti definiti. In difficoltà anche Catania, con il 37,8%, Perugia e Roma con il 36 per cento. All’opposto le Corti d’appello di Milano, Lecce, Palermo, Trieste, Caltanissetta e Trento, dove il numero di prescrizioni non arriva al 10 per cento.

Gli effetti

Lo stop della prescrizione dopo il primo grado potrebbe mettere a rischio l’efficienza degli uffici giudiziari perché li graverà di circa 30mila procedimenti in più ogni anno, con esiti più pesanti sulle Corti dove la percentuale di prescrizioni è maggiore. È concreta la possibilità che si allunghino i tempi dei processi, che in appello in media già durano due anni e tre mesi.

«Il blocco della prescrizione – dice Eugenio Albamonte, ex presidente dell’Anm e segretario di Area – permette di salvare il lavoro fatto in primo grado. Ma senza misure per accelerare la giustizia, si rischia di arrivare a processi di appello molto lunghi. La riforma Bonafede non basta. Occorre aumentare le risorse, depenalizzare i reati che possono essere perseguiti altrimenti e rafforzare i riti alternativi».

Gli avvocati penalisti da sempre contrari alla riforma continueranno a dar battaglia: «Ci faremo sentire con tutte le forze di cui siamo capaci – dice Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione camere penali -. Già oggi, con la riforma Orlando che avevamo avversato, ci sono reati che si prescrivono in oltre vent’anni e la patologia sono i vent’anni e non la prescrizione».

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