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Trenta fallimenti al giorno

di Attilio Geroni

La statistica dei fallimenti aziendali è un segnatempo implacabile. Si abbatte sul morale delle imprese come l'onda lunga di una crisi che sembra invece passata quando si guardano gli ordini e il fatturato. L'anno scorso in Italia sono state aperte oltre 11mila procedure d'insolvenza – una trentina al giorno – con una crescita del 20% sul 2009. È il valore più alto da quando è stata riformata, tra il 2006 e il 2007, la normativa sulla crisi d'impresa. Pur drammatici, i dati diffusi dal Cerved Group lasciano lo spiraglio per un ragionevole ottimismo sulla dinamica a breve dei fallimenti poiché nell'ultimo trimestre 2010, su base destagionalizzata, le procedure aperte hanno registrato una flessione dell'8,8 per cento.

Più un'azienda è piccola più soffre; il manifatturiero è quello che ha pagato il tributo più alto con 5mila default tra 2009 e 2010; la crisi di liquidità è la causa principale di decesso; la Lombardia è la regione italiana col più alto numero di casi. Questo il quadro sintetico di come si è distribuita l'ondata d'insolvenze sull'economia italiana. Con alcuni distinguo importanti tra regione e regione, provincia e provincia. E tenendo bene in mente che spesso l'impatto è stato naturalmente più forte nelle zone a maggior intensità imprenditoriale.

Non a caso, infatti, l'insolvency ratio, vale a dire il tasso di fallimenti su 10mila aziende operative, è più basso nel Sud e nelle Isole: «Ciò è dovuto anche al fatto che man mano che si scende in Italia, la taglia dimensionale si riduce. Dalle piccole imprese si arriva dunque alle microimprese, che come tali non rientrano più nelle normative fallimentari dopo la riforma del 2006-2007», osserva Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group.

Per macro-settori di attività il tasso di default ha avuto maggiore incidenza sull'industria manifatturiera (45,2 contro una media generale del 20) con situazioni particolarmente critiche nei mezzi di trasporto (87,2) e in gomma e plastica (83,4). Il secondo ramo più colpito dell'economia è quello delle costruzioni (insolvency ratio a 27,5). A livello territoriale il 2009 aveva visto un'impennata dei fallimenti soprattutto a Nord, ma l'anno scorso il quadro è diventato più omogeneo e il differenziale di crescita si è ridotto con il Centro e il Sud.

Colpiscono alcune realtà locali, come la provincia di Milano che registra il terzo tasso d'insolvenza più elevato tra le province italiane, preceduta da Pordenone e Ancona. Secondo l'analisi di Cerved, a soffrire a Milano sono stati l'industria, ma anche i servizi: «La produzione industriale milanese – dice De Bernardis – secondo i dati dalla Camera di Commercio ha sperimentato nel 2009 la peggior performance dal 1986: i fallimenti del 2010 riflettono probabilmente questa difficoltà». Nell'ambito della manifattura la crisi è stata forte soprattutto nella meccanica e nell'industria di lavorazione del metallo.

Nella provincia marchigiana Filippo Schittone, direttore di Confindustria Ancona, conferma la criticità di alcuni settori, in particolare quello della meccanica: «Si può dire che ci sia stata una crisi nella crisi, con la messa in amministrazione straordinaria, da oltre un anno, della Antonio Merloni. Ciò ha avuto contraccolpi pesanti sull'intera filiera». Stretta creditizia, ritardo nei pagamenti, anche dalla pubblica amministrazione, crisi di liquidità, sono stati gli ingredienti più letali e frequenti per le aziende, spesso somministrati in contemporanea durante la fase acuta della crisi, aggiunge Schittone.

«Mentre sul bilancio ci sono margini per dare un quadro meno drammatico dell'impresa, la cassa non mente», sottolinea De Bernardis, confermando che sono stati i problemi di tesoreria ad affliggere in primis le aziende – in particolare quelle con attivi compresi tra i 2 e i 10 milioni di euro – per le quali sono state avviate le procedure di insolvenza.

La riduzione dei fallimenti nell'ultimo trimestre dell'anno scorso potrebbe indicare, secondo il Cerved, un'inversione di tendenza e l'impressione sarebbe confermata da una crescita più moderata, rispetto al 2009 e non solo, del ricorso ai concordati preventivi.

Una nota negativa, infine, nel rapporto che ha accompagnato i dati sulle insolvenze, riguarda i tempi delle procedure fallimentari. Cerved parla di «una situazione ancora molto grave», nonostante le riforme del 2006 e del 2007 abbiano allargato notevolmente la platea di imprese non soggette alle norme fallimentari: i fallimenti chiusi l'anno scorso sono durati in media 104 mesi, più di otto anni e mezzo, con i casi patologici (procedure che hanno richiesto oltre 15 anni) al 15% del totale.

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