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«Tregua sulle regole o credito a rischio»

«L’esame è passato». 
Sicuro?
«Sicuro, sicuro. La Bce ha certificato che abbiamo un eccesso di capitale di 8,7 miliardi. Una base che ci fa stare tranquilli. Intendiamo tenercelo». Sono tempi complicati per le banche e Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit, l’istituto che nasceva quindici anni fa dalla fusione tra il Credit e le Casse di risparmio di Verona e Torino, già ragiona su quello che sta per accadere. «C’è in corso una discussione al Financial Stability board per un ulteriore rafforzamento del total capital, per elevarlo al 16-20% dell’attivo ponderato per le banche sistemiche. Vuol dire che nei prossimi anni solo per i gruppi europei cosiddetti sistemici potrebbe servire nuovo capitale per 300 miliardi. E il mercato chiederebbe sforzi analoghi a tutte le altre banche».
Ma non è troppo, più capitale, alla fine, vuol dire anche meno credito alle imprese e alle famiglie…
«Se verrà deciso le banche si adegueranno, ma misure di questo tipo finiscono con il frenare la crescita. L’impatto sull’economia può essere significativo. Certo i regolatori giustamente sostengono che bisogna aiutare le imprese ad aumentare il loro capitale e a rivolgersi ai mercati finanziari. Già oggi lo stiamo facendo. Ma in Europa il credito vale ancora il 60% del totale, il 40% viene dal mercato finanziario e azionario. Non siamo gli Stati Uniti dove Borsa e bond valgono il 70% delle risorse finanziare delle aziende. Il periodo di transizione potrebbe essere difficile per le imprese, in particolare le medio-piccole».
Meglio una tregua delle regole, e un po’ di tempo prima di arrivare a Basilea 4?
«Non dico questo ma i governi devono rifletterci».
Unicredit quanti fondi ha preso dal Tltro della Bce?
«Un finanziamento da 7,75 miliardi per l’Italia. A venerdì ne avevamo erogati 2,2 e abbiamo altre richieste per un totale di cinque. Abbiamo inviato già 70 mila lettere a piccole e medie imprese per attivare questi fondi, intendiamo coinvolgerne altre 80 mila. Il tutto,collaborando con il Fondo centrale di garanzia e i confidi. E se è vero che oggi i tassi sono la metà rispetto al 2011, che fu il picco della crisi, molti imprenditori considerano vantaggiose le condizioni economiche ma vedono mancare il secondo pilastro, la fiducia. Necessaria per investire».
Della legge di Stabilità qual è il provvedimento che potrebbe funzionare?
«Il taglio dell’Irap aumenterà le assunzioni e la flessibilità del jobs act darà effetti sul lavoro. Credo che molte imprese potrebbero rivedere, in positivo, le loro scelte».
Unicredit compie 15 anni. Da banca di Stato, come Credit, a gruppo che occupa 140 mila persone…
«È cresciuta perché non ha avuto paura del cambiamento. Il salto è avvenuto con l’occasione irripetibile delle privatizzazioni nell’Europa dell’Est, poi c’è stata l’acquisizione in Germania di HypoVereinsbank. E ora la sfida è un servizio adeguato alle esigenze di clienti sempre più globali».
Il cambiamento vuol dire anche tecnologie…
«Oggi solo il 16% della clientela va esclusivamente in filiale. E ci va poco, una decina di volte l’anno. Oltre il 40% utilizza strumenti, come gli smartphone e i tablet, con cui interagisce con noi almeno 200 volte in dodici mesi. Il cambiamento è già avvenuto. Una volta l’amministratore delegato era il garante della stabilità, oggi dev’essere il garante del cambiamento, delle soluzioni nuove. Anche molti imprenditori stanno cambiando…».
Esempio…
«Prima della crisi erano ossessionati dal controllo al 100% delle loro azienda. Ora molti sono pronti ad aprirsi a partner finanziari e industriali, rinunciando al controllo totale per crescere insieme. Una specie di rivoluzione per le aziende italiane. Diluirsi per crescere. Come hanno fatto le nostre Fondazioni-azioniste, scese dal 40 a circa il 12%. Essere disposti a controllare meno pur di aumentare dimensione e valore delle imprese. E delle banche».
A proposito di controlli, da oggi i poteri di Vigilanza passano da Bankitalia alla Bce…
«Abbiamo già conosciuto il team che si occuperà di noi da Francoforte. E a Francoforte, Unicredit ha un nuovo ufficio per i rapporti con l’autorità di vigilanza. È una svolta molto importante, un passo nella direzione del mercato unico. Si tratta di definire gli ultimi dettagli di funzionamento del nuovo sistema e del passaggio di consegne con Bankitalia. Ma ormai ci siamo».
Il primo test europeo ha visto due bocciature, Mps e Carige. Troppo severi con noi?
«Purtroppo l’Italia è in una situazione peggiore degli altri. Veniamo da tre anni di recessione e negli scenari degli stress test se ne ipotizzano altri tre. Sei anni così mettono a dura prova i bilanci delle banche. È accaduto questo, nessuna discriminazione».
A che punto è la trattativa con Santander per Pioneer?
«Stiamo andando avanti».
Mediobanca ha ribadito che conserverà solo la quota Generali (Unicredit è primo socio con il 9%, ndr)…
«Hanno definito un piano industriale, ora devono attuarlo. Una cosa mi sembra evidente, si sta trasformando in una banca molto diversa da qualche tempo fa. Resta un punto di riferimento nell’advisory e nell’investment banking, ma è sempre più attiva come banca commerciale. È cambiata molto, come il mercato».

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